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“Lo sguardo riflesso. Nuovi segni per il teatro dell’opera all’aperto” di Claudio Orazi

Il libro “Lo sguardo riflesso. Nuovi segni per il teatro dell’opera all’aperto” di Claudio Orazi, già sovrintendente dello Sferisterio di Macerata e dell’’Arena di Verona, è una riflessione sul valore del teatro dell’opera all’aperto con il contributo del critico Enrico Girardi e la testimonianza dei maggiori registi con cui ha lavorato.

Zecchini Editore, Varese, 2017. Codice: 978-88-6540-181-1


di Alberto Pellegrino

claudio-orazi-lo-sguardo-riflesso-musiculturaonlineClaudio Orazi, già sovrintendente dello Sferisterio di Macerata e dell’’Arena di Verona che sono tra i più famosi teatri dell’opera all’aperto nel mondo, ha pubblicato il volume Lo sguardo riflesso. Nuovi segni per il teatro dell’opera all’aperto, nel quale analizza, anche con il contributo importante del critico musicale Enrico Girardi e le testimonianze dei maggiori registi con cui ha lavorato, i problemi connessi all’allestimento di spettacoli all’aperto soprattutto per quanto riguarda l’opera lirica, perché i “puristi” del melodramma ritengono che non sia idoneo usare spazi nati per altri usi (sferisteri per il gioco del pallone al bracciare, arene per i giochi gladiatori) per allestire melodrammi, correndo il rischio di falsare o addirittura annullare la natura stessa di questo genere di spettacolo nato per essere usufruito all’interno di spazi chiusi ben definiti come i teatri del Settecento e Ottocento.
Nella sua attività di sovrintendente Orazi si è trovato di fronte alla necessità di dover gestire spazi del tutto particolari. L’Anfiteatro di Verona sorge nel primo secolo d.C. per ospitare i combattimenti dei gladiatori e le caccie ad animali selvatici per diventare poi un grande Theatrum fino al X secolo e quindi subire un progressivo decadimento dal Medioevo in poi. LaClaudio Orazi nuovo sovrintendente Teatro Lirico Cagliari rinascita avviene nel 1913, quando la città decide di mettere in scena una spettacolare Aida che, per la prima volta in Europa, debutta all’aperto dinanzi a ventimila spettatori, diventando da quel momento il maggiore luogo deputato del melodramma all’aperto. Lo Sferisterio di Macerata, voluto da un gruppo di cittadini, sorge tra il 1820 e il 1829 su progetto dell’arch. Ireno Aleandri come stadio per ospitare il gioco al bracciale e successivamente usato per corride di tori, feste popolari e manovre militari. Finalmente la Società Cittadina guidata dal conte Pieralberto Conti, decide nel 1921 di ospitare in quel grande spazio ellittico e di fronte all’enorme parete in mattoni lunga 90 metri l’opera lirica e si sceglie come per l’Arena di mettere in scena Aida, riscuotendo un grande successo (17 repliche e 70 mila spettatori). Nel 1922 si replica con la Gioconda di Ponchielli, ma il successo non si ripete e l’opera sparisce dalla scena maceratese fino al 1967, quando prendono vita delle stagioni liriche che sono tuttora in corso.
Quando Orazi assume la soprintendenza di Macerata prima e di Verona poi si trova di fronte a una situazione di stasi se non di crisi del melodramma che non attrae pubblico giovane e si presenta in modo tradizionalmente ripetitivo. Orazi, che viene dal mondo della prosa e dalle 1-musiculturaonlineformative del teatro sperimentale, decide di realizzare un teatro in musica che in qualche modo rinnovi il mondo del melodramma e decide pertanto di puntare sulla validità delle regie, delle scenografie e dei costumi. Nel maggio 1992, a stagione lirica già programmata, Orazi decide di contattare, oltre al regista Henning Brockaus, il grande scenografo praghese Joseph Svoboda, indiscusso maestro della scenografia europea. Dopo alcuni tentennamenti di fronte all’opera all’aperto e dopo il superamento di alcuni dubbi, il grande artista concepisce il grande specchio di oltre 250 metri quadrati sul quale dovranno vedere per riflesso le vicende della Traviata. Si tratterà di un successo planetario destinato a entrare nella storia della lirica e ancora oggi ancora riproposto nei cartelloni di diversi teatri del mondo. Seguiranno fino al 1996 le opere Sonnambula, Rigoletto, Lucia di Lammermoor e Attila a dimostrazione di un sodalizio artistico che eserciterà un forte impulso positivo allo Sferisterio, destinato da allora ad allestire una serie di spettacoli nel segno della creatività come il Sansone e Dalila, Turandot e Aida del regista Hugo De Ana. Particolare importanza avrà il primo allestimento al mondo del Volo di Lindbergh e dei Sette peccati capitali di Bertolt Brecht e Kurt Weill sempre con Hugo De Ana. Nel 1998, per il centenario leopardiano, debutta nel Teatro Lauro Rossi Giacomo mio salviamoci del compositore Giorgio Battistelli, che vince il Premio Internazionale Riccione per l’innovazione dei2-musiculturaonline linguaggi musicali e televisivi. La collaborazione con Henning Brockaus continua nel 1999 con una Madama Butterfly (con una scena dominata da un gigantesco Fujiyama e con uno stile che ricorda il teatro d’avanguardia degli anni Settanta) e nel 2001 con El Cimarron di Hans Werner Henze, storia di uno schiavo cubano affrancatosi dopo indicibili sofferenze, un’opera allestita in un capannone industriale abbandonato ribattezzato per l’occasione Teatro delle Pietre. Nel 2000, sempre nel Teatro Lauro Rossi, va in scena il capolavoro teatrale di Bruno Maderna Satyricon con una messa in scena di Giancarlo Cobelli e Maurizio Balò, ispirata alla celebre Cena di Trimalcione di Petronio, dove il nudo non sconfina mai nella volgarità, ma mette in evidenza l’umana fragilità di fronte al male e alla tragica decadenza dei valori.
3-musiculturaonlineUna volta assunta la soprintendenza di Verona, Claudio Orazi continua a portare avanti la sua concezione teatrale basata sul rinnovamento della tradizione operistica attraverso nuove e creative messe in scena. Si inizia nel 2004 con una Traviata affidata alla regia dell’inglese Graham Vick (scene e costumi di Paul Brow) che si era già distinto per la sua forza creativa in diversi teatri europei. Vick trasferisce la vicenda ai nostri giorni e riempie la scena di elementi simbolici. Un’enorme bambola bionda, un ventaglio di carte da gioco, un letto di cuoio rosso a forma di cuore, una discoteca, piante addobbate a festa. Violetta, da povera mantenuta, si trasforma in un mito, in una dea bionda come Marylin Monroe o Lady Diana, una diva che alla fine muore e si redime in una società senza valori rappresentata da un ipocrita Giorgio Germont, che finge di essere un uomo buono, da Alfredo Germont, un giovane con poca dignità e che non ama il lavoro. Uno spettacolo che farà molto discutere il pubblico dell’Arena al pari di Cavalleria Rusticana e Pagliacci (2006) con la regia di Gilbert Deflo. Coronato di successo è invece l’arrivo a Verona nel 2006 di Hugo De Ana che mette in scena uno stupendo Barbiere di Siviglia ambientato in un labirintico ed esotico “giardino dell’amore” pieno di siepi, di alberi e di fiori (soprattutto rose), il quale simboleggia ed esalta il complesso intreccio del capolavoro rossiniano. Nella stessa stagione va in scena Tosca, dove De Ana approfitta dei grandi spazi veronesi per fare un allestimento caratterizzato da grandi ruderi romani come la gigantesca testa della statua dell’Angelo del Castello e caratterizzato da atmosfere da thriller dominato dalla forza delle passioni (la passione erotico-politica di Scarpia, la repulsione/attrazione di Tosca, la passione estetica dei due protagonisti). Una grande stagione sarà quella del 2007 con ancora Hugo De Ana che propone una4-musiculturaonline scintillante e raffinata Sonnambula nel Teatro Filarmonico, con l’arrivo del regista franco-italiano Denis Krief che propone un essenziale Nabucco con una scenografia basata su un’installazione strutturalista e razionalista entro e intorno alla quale si muovono masse e protagonisti. Il ritorno di Graham Vick che allestiste un’Anna Bolena di Donizetti carica di elementi di scena altamente simbolici e altamente espressiva per l’eleganza cromatica dei costumi.
Un libro, corredato di bellissime immagini delle stagioni maceratesi e scaligere, riesce a rappresentare quel viaggio intrapreso con successo da Claudio Orazi per innovare il melodramma, dandole la forma di teatro in musica con linguaggi formali e messaggi culturali più vicini alla sensibilità dello spettatore moderno. Queste stagioni vissute a Macerata e a Verona, pur essendo oramai un capitolo chiuso, hanno lasciato sicuramente il segno, indicando nuovi percorsi interpretativi in grado di stimolare la creatività degli artisti e di offrire agli spettatori l’occasione per non essere soggetti passivi ma partecipativi dell’evento operistico.

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