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Libertà, giustizia e amore: alla Scala torna il “Fidelio”

Foto Brescia/Amisano © Teatro alla Scala


di Alberto Pellegrino

“Fidelio” di Ludwig van Beethoven Direttore: Daniel Barenboim Regia: Deborah Warner Scene e costumi: Chloe Obolensky Luci: Jean Kalman

Milano. Dopo i precedenti spettacoli dedicati ad Andrea Chénier, Simon Boccanegra e Francesca da Rimini, è in scena dal 18 giugno e fino al 7 luglio 2018, per la prima volta in versione scenica, il Fidelio di Ludwig van Beethoven diretto dal Maestro Myung-Whun Chung e firmato dalla regista inglese Deborah Warner, con le scene e i costumi di Chloé Obolensky, le luci di Jean Kalman.
L’unica opera beethoveniana, che è un inno all’amore e alla libertà, torna nello stesso maestoso allestimento del 2014, sempre firmato dalla regista Deborah Warner e andato in scena nella versione del 1814 con i dialoghi di Treitschke, ma con una differente scelta dell’Ouverture, che non sarà quella di Leonore n° 2 ma di Leonore n° 3. Nell’ottantesimo anniversario delle leggi razziali del 1938, che in Italia colpirono tanti artisti ebrei, il Teatro alla Scala dedica quest’opera alla memoria di Vittore Veneziani e di Erich Kleiber. Nel 1938 Veneziani, allora Direttore del Coro del Teatro, fu allontanato per la sua origine ebraica ed Erich Kleiber, che avrebbe dovuto dirigere il Fidelio, rinunciò per solidarietà verso il collega. Sarà poi Toscanini a imporre il reintegro di Veneziani nel dopoguerra.
Deborah Warner ha trasposto la vicenda in epoca contemporanea, all’interno di una fabbrica dismessa che è diventata una prigione dittatoriale. La regista ha dichiarato: “L’opportunità, che mi è stata offerta di riprendere lo spettacolo, mi permette di approfondirlo. E il fatto che il cast sia totalmente rinnovato rispetto a quattro anni fa, mette in gioco nuove personalità, nuovi caratteri: perché questa è un’opera che ha molto a che fare con l’individualismo”. Al tenore Stuart Skelton è stato affidato il ruolo di Florestan, un personaggio pieno di difficoltà tecniche, mentre i soprani Ricarda Merberth e Simone Schneider si alterneranno nel ruolo di sua moglie Leonore che, travestita da uomo e con il nome di Fidelio, cercherà di salvarlo dal carcere; infine il ruolo del governatore della prigione Don Pizarro, che rappresenta «l’incarnazione del male», è ricoperto dal baritono Luca Pisaroni.

Le versioni del Fidelio
Per la sua unica opera Beethoven sceglie la forma del Singspiel: una struttura di teatro musicale che alternava brani cantati e parlati e che all’epoca di Beethoven tornava in auge soprattutto grazie al successo europeo dell’opéra comique che allora godeva i favori del pubblico. Il compositore scelse infatti il dramma  francese Léonore ou l’amour conjugal di Jean-Nicolas Bouilly, scritto nel 1794, poco dopo la caduta di Robespierre.
Beethoven si adeguò alla moda delle pièces à sauvetage che mettevano in scena personaggi salvati all’ultimo istante da gravi pericoli e iniziò a comporre l’opera nel 1804, per terminarla nel 1805, quando ebbe inizio un percorso alquanto travagliato.  Il Fidelio oder Die eheliche Liebe nasce  come un‘opera in tre atti, composta su libretto di Joseph Ferdinand Sonnleithner, ma il suo debutto fu contrassegnato da un insuccesso, per cui Beethoven si convinse a procedere a una radicale revisione. Nel 1806 andò in scena Leonore oder Der Triumph der ehelichen Liebe, un‘opera in due atti, con un libretto scritto da Sonnleithner e successivamente rivisto da Stephan von Brauning. La rappresentazione ottenne una discreta accoglienza, fu ripresa a Praga nel 1807.  Queste tormentate vicende si conclusero nel 1814 con la versione definitiva del Fidelio composto su libretto di Georg Friedrich Treitschke, il quale previde un finale che non si svolgesse più all’interno del carcere ma all’aria aperta, dopo il definitivo salvataggio dei due coniugi. In questa versione, oltre alle nuove e ottimistiche arie finali di Leonore e Florestan, furono accentuati gli aspetti simbolici di una liberazione “universale”.

La trama
Tutta l’opera è incentrata sul tema dell’ingiustizia perpetrata attraverso un uso arbitrario del potere e sulla sfiducia nella giustizia, che è rappresenta attraverso la cosiddetta “psicologia del prigioniero”, il quale diventa impotente di fronte a un potere che lo sovrasta, perché è costretto a vivere isolato dal resto del mondo e lontano dagli affetti familiari.
Primo atto. L’azione si svolge nel XVII secolo, in una prigione vicino Siviglia. Don Pizarro, che è il governatore della prigione, ha fatto imprigionare ingiustamente il suo nemico Florestan. La moglie di questi Leonore, che vuole ritrovarlo, si traveste da uomo e, preso il nome di Fidelio, intraprende le ricerche, fino a quando scopre che il marito si trova tra i prigionieri nel carcere di don Pizarro. Allora fa in modo di entrare nelle grazie del carceriere Rocco e di sua figlia Marceline, che s’invaghisce di quello che crede essere un bel giovane e quindi rifiuta le attenzioni di Jaquino, il giovane portiere della prigione. Nel frattempo don Pizarro viene informato con una lettera dell’imminente arrivo del ministro Don Fernando e teme che questi possa scoprire l’arbitrio commesso con l’arresto illegale di Florestan, che il ministro conosce. Ordina allora a Rocco di uccidere il prigioniero, ricevendo però un rifiuto. Costretto a commettere personalmente il delitto, Don Piazzarro ottiene che Rocco prepari la fossa. Il finto Fidelio assiste al colloquio e sospetta che il prigioniero di cui parla don Pizarro sia proprio Florestan. Per scoprirlo convince Rocco a far uscire in cortile tutti i prigionieri ma Florestan non si trova tra questi e Fidelio non può far altro che seguire Rocco nelle segrete per aiutarlo a scavare la fossa.
Secondo atto. Florestan giace incatenato nel buio della segreta e si lamenta della perduta libertà. Entrano Rocco e Fidelio, deciso a salvare questo il prigioniero così maltrattato. Non appena ode una voce invocare il nome di “Leonore”, la giovane riconosce subito il marito. Quando don Pizarro arriva per ucciderlo, Fidelio lo affronta e rivela la sua identità, ma il governatore è ben deciso a uccidere entrambi. Uno squillo di tromba annuncia l’arrivo del ministro, mentre Leonore e Florestan si abbracciano esultanti. Nella piazza del castello il ministro ordina che i prigionieri siano liberati e Leonore toglie personalmente le catene al marito, mentre i crimini di don Pizarro sono finalmente smascherati. L’opera si chiude con un coro che inneggia al valore di questa eroina della libertà.

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