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Le “Troiane” di Seneca ad Urbisaglia per TAU

Le “Troiane” di Seneca all’anfiteatro di Urbisaglia (MC) in un bell’allestimento di Alessandro Machìa.


di Alberto Pellegrino

Nella suggestiva cornice dell’Anfiteatro Romano di Urbisaglia ha avuto luogo la rappresentazione delle Troiane di Seneca con la traduzione e l’adattamento di Fabrizio Sinisi, la regia di Alessandro Machìa e le musiche originali di Francesco Verdinelli.
Sulla scena progettata da Katia Titolo appaiono i resti sbrecciati delle mura e l’ultima torre semidiroccata della città di Troia ormai conquistata e distrutta dai Greci; in un angolo una costruzione geometrica simboleggia la tomba che raccoglie le ceneri di Ettore. Molto eleganti e significativi i costumi disegnati da Sara Bianchi che ha chiuso le troiane negli abiti neri del loro inguaribile lutto, mentre Elena indossa un lungo e vivace abito rosso. Solo nel finale Polissena, circondata dalle donne troiane, si toglie l’abito nero per indossare le candide vesti della vittima predestinata a essere sacrificata sulla tomba di Achille.
Lo spettacolo si apre con l’ingresso di quattro torcìfere che, impugnando le torce fiammeggianti, appiccano il fuoco ad alcuni bracieri a simboleggiare una Troia ancora avvolta dalle fiamme. Seneca mette in scena un tragico universo, dove la fine del tempo degli eroi è segnato dal fuoco e dalla cenere, dal dolore e dal sangue versato dalle vittime, dalle grida delle vergini stuprate dai vincitori. Nel suo adattamento drammaturgico Fabrizio Sinisi privilegia il dilagare delle passioni e l’affermazione del male incontrollato che “si trova dentro di noi”. Le donne troiane superstiti alla strage, che sono private della loro libertà e schiavizzate dalla guerra, preferiscono guardare alla morte come a una liberazione dal dolore. Su tutti domina la figura di Ecuba (interpretata da un’ottima Marcella Favilla) che incarna la sofferenza e l’umiliazione dei vinti pur mantenendo la sua dignità di regina.
Sinisi, fatta eccezione per una scena corale dove le donne troiane intrecciano in forma cadenzata le loro dolenti voci, preferisce privilegiare le scene a due a cominciare del dialogo tra Agamennone (Paolo Bonacelli) e Ulisse (un pregnante e incisivo Edoardo Siravo) che ha come argomento il potere dei vincitori e la pietà che si dovrebbe esercitare verso i vinti.
Dice Agamennone: “Nessuno è mai riuscito a conservare a lungo il potere con la violenza; per durare bisogna moderarsi, avere equilibrio, evitare inutili spargimenti di sangue… Che cos’è il potere, se non una parola, splendida e illusoria? Per perdere ogni cosa basta un momento… il destino non conosce il tempo, e quando vuole può essere fulmineo. Non dobbiamo compiere l’errore di superare il limite e trasformare il giusto orgoglio del vincitore nell’arroganza del tiranno”. Ulisse però non sente ragioni e avanza come giustificazione la parola dei sacerdoti e la volontà espressa dall’assemblea dei Greci: per vincere il mare in bonaccia che impedisce il ritorno in patria e per saziare la sete di vendetta di Pirro occorre sacrificare la vergine Polissena sulla tomba di Achille e gettare dall’ultima torre superstite il piccolo Astianatte, il figlio di Ettore.
Andromaca (una brava Alessandra Fallucchi) mostra il suo dolore per la recente morte di Ettore presa dal suo totale sconforto fino ad affermare che nell’aldilà esiste solo il nulla (“noi apparteniamo ormai al regno delle ombre”); inoltre la donna è tormentata dalla paura per la vita di suo figlio Astianatte che ha nascosto nella tomba del marito. La principessa deve confrontarsi con l’astuto Ulisse, il quale con le trappole dialettiche alla fine la costringe a rivelare il nascondiglio del bambino.
Fabrizio Sinisi nel suo adattamento aggiunge l’inedito confronto tra Ulisse ed Elena (una incisiva Silvia Siravo), la donna che si autodefinisce “regina” e che i soldati chiamano “la cagna in calore”. Ritorna in scena il discorso sul potere politico con Elena che vuole riconquistare il suo ruolo di regina al fianco di Menelao, nonostante i tanti uomini avuti, e con Ulisse che le impone di portare a termine un’ultima “disonorevole” missione: usare la sua arte di mentitrice per annunciare a Polissena (una convincente Cecilia Zingaro divisa tra i suoi dolenti silenzi e lo strazio finale) che deve indossare un abito da sposa, perché sarà data in moglie a Pirro, l’uccisore di suo padre Priamo. Di fronte allo strazio delle donne troiane, Elena ha un sussulto di dignità e svela a esse la tragica verità: Polissena sarà sacrificata sulla tomba di Achille per volontà dello spietato Pirro al quale, come ulteriore beffa del Fato, sarà assegnata in sorte la schiava Andromaca.
Il teatro di Seneca si presenta ancora in tutta sua straordinaria modernità e il suo alto valore etico: un teatro della parola che sulla scena diventa azione, dove la parola si trasforma in uno strumento con il quale ognuno cerca di sopraffare l’altro per lasciare sul terreno dello scontro ancora delle vittime e dei dominatori sempre pronti ad annientare l’altro.
Per il suo forte impegno civile e per la condanna delle guerre, lo spettacolo è stato scelto dalla regione umbra per la promozione del Servizio Civile Universale e Regionale, scegliendo come motivazione i versi di Bertolt Brecht della Guerra che verrà: La guerra che verrà/non è la prima. /Prima ci sono state altre guerre. /Alla fine dell’ultima/c’erano vincitori e vinti. /Fra i vinti la povera gente/faceva la fame. Fra i vincitori/faceva la fame la povera gente egualmente.

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