Visita la vecchia versione della rivista su questo indirizzo http://www.musiculturaonline.it/musicult

“Le metamorfosi di Pasquale” di Gaspare Spontini al Malibran di Venezia

“Le metamorfosi di Pasquale” di Gaspare Spontini tornano dopo due secoli a Venezia ed è un successo. Ottima la regia di Bepi Morassi. Eccellente esecuzione del direttore Gianluca Capuano. Buono il cast vocale.

Fotografie © Michela Crosera


di Andrea Zepponi

La partitura dell’opera Le metamorfosi di Pasquale o sia Tutto è illusione nel mondo di Gaspare Spontini (17741851) è riemersa solo nel 2016 dalla biblioteca del castello d’Ursel, in Belgio, con altre partiture del grande compositore marchigiano che si credevano perdute: un melodramma buffo (Il quadro parlante, 1800), un dramma giocoso (Il geloso e l’audace, 1801), una cantata (L’eccelsa gara, eseguita a Parigi nel 1806) e una farsa giocosa per musica, Le metamorfosi di Pasquale. Questa andò in scena per la prima volta il 16 gennaio del 1802 al Teatro San Moisè di Venezia e, avendo avuto una tiepida accoglienza, fu forse la causa della decisione di Spontini di lasciare le piazze d’opera italiane per tentare la fortuna altrove, un po’ come lo stesso personaggio di Pasquale, title-rôle dell’opera. Già scomparsa dalle locandine veneziane del tempo il 22 gennaio, questa farsa giocosa per musica scomparve del tutto dalla circolazione, finché, a più di due secoli di distanza, le Metamorfosi ritornano oggi a Venezia per la stagione del Teatro La Fenice 2017-2018 al Teatro Malibran, in prima esecuzione assoluta in tempi moderni, con l’edizione critica a cura di Federico Agostinelli, in coproduzione con la Fondazione Pergolesi Spontini di Jesi e con il contributo del Centro Studi per la Musica fiamminga e della Provincia di Anversa.
Posso dire che all’ascolto e alla visione della resa scenica, questa seconda chance, concessa dalla città lagunare al lavoro giovanile spontiniano, potrebbe dare al suo autore di che essere soddisfatto. Mi riferisco alla recita di domenica 21 gennaio scorso in cui la felice perspicuità della regia di Bepi Morassi, che ha ambientato la farsa di Giuseppe Maria Foppa, futuro librettista anche di Rossini, in un cafè chantant, ha risolto con efficacia e chiarezza le difficoltà inerenti ad un libretto dalla trama divertente, ma poco accurato nello sviluppo e nel linguaggio. Il repechage dell’opera non è stato facile dal punto di vista filologico perché, come dal testo prefativo di Agostinelli del programma di sala, nel manoscritto di Spontini ci sono due lacune: la sinfonia, in questa esecuzione presa da un’altra sua opera, La fuga in maschera, e un fascicolo (87 battute di musica) all’interno del finale dell’opera che è stato colmato con un rammendo restaurativo servendosi di spunti melodici, modelli armonici e stilemi compositi tipici del linguaggio spontiniano. Pur non trattandosi di un capolavoro – un’opera lirica non scompare quasi mai dal repertorio senza un motivo -, direi che questa prima esecuzione in tempi moderni dell’opera è piaciuta al pubblico, grazie alla sua musica gradevole, a tratti brillante (soprattutto i pezzi virtuosistici di Lisetta) eseguiti con gusto e trasparenza e ad una realizzazione scenica piacevole, ingegnosa e pertinente.
La trama si fonda su due intrecci amorosi: Costanza, figlia del barone, ama riamata il marchese del Colle, mentre suo padre vorrebbe darla in moglie al cavaliere del Prato; la di lei serva, Lisetta, promessa sposa di Frontino, cameriere del marchese, vede le sue speranze svanire quando dal passato rispunta Pasquale, una sua vecchia fiamma che l’aveva lasciata per andare a cercar fortuna nel mondo. I due contendenti, marchese e cavaliere, si sfidano a un duello con le pistole che avviene fuori scena; rientra il primo che crede di avere ucciso il suo rivale. In un gioco di travestimenti e malintesi tipicamente farsesco, la fortuna che non arrideva a Pasquale durante i suoi viaggi, questa volta gli arriva mentre è addormentato, perché Frontino fa svestire il suo padrone e gli fa indossare la casacca di Pasquale, inducendolo poi a partire e sfuggire così al mandato di arresto per la presunta uccisione del cavaliere. Al suo risveglio Pasquale viene dapprima convinto di essere lo stesso marchese, consentendo così a quello vero di tornare sotto mentite spoglie per approfittare della situazione. Il goffo Pasquale si improvvisa nobile e viene introdotto nel palazzo del barone con la prospettiva di sposarne la figlia. Ritrovando Lisetta, cerca di giustificarsi con la ragazza per l’abbandono, ma lei, giustamente risentita, convinta dal marchese e da Frontino a sostenere presso il barone che Pasquale sia il vero marchese, finge dapprima di non conoscerlo, poi sente la sua fermezza vacillare. Anche Costanza sta al gioco e finge di accettare le avances di Pasquale con la meraviglia del barone che non si capacita come sua figlia possa innamorarsi di un uomo così rozzo. In realtà tutti si burlano del finto marchese che non riesce neppure a dar da intendere a Lisetta di essere diventato ricco, anzi, indotto a credere che il barone abbia ormai scoperto la sua impostura, Pasquale cerca di svignarsela alla chetichella mascherandosi da donna. Scoperta anche questa finzione buffonesca, tra una gag e l’altra, tutta la verità alla fine viene fuori e Pasquale, che sperava di poter ottenere almeno la mano di Lisetta, viene deluso anche in questo: finisce che Costanza, cui il cavaliere del Prato rinuncia con il benestare paterno sposa il suo marchese (il cavaliere in realtà non era morto in duello, ma solo disarcionato da cavallo), Lisetta si dà al cameriere Frontino e Pasquale rimane con in mano un pugno di mosche accontentandosi delle cibarie che la servetta, in un moto di compassione, gli aveva fatto sfilare dalla cucina.
Il libretto non ha nessun tratteggio psicologico dei personaggi, anche l’intreccio è piuttosto contorto e poco scorrevole, ma, se si vuol trovare un messaggio morale alla vicenda, questo sta tutto nel sottotitolo che allude al fatto che, chi crede di risolvere la propria vita con l’intenzione di illudere gli altri, prima illude sé stesso e alla fine rimane deluso, soprattutto se manca delle giuste prerogative di credibilità. Pasquale è un vinto che non sa neanche gestire la fortuna quando gli passa davanti, perché non incarna ancora quel brillante spirito borghese che troveremo nelle opere buffe rossiniane, ma è il rozzo popolano di ascendenza pergolesiana (non mi meraviglierei se si dicesse che riproduce il prototipo caricaturale del marchigiano di fine 700 e inizi 800, anche se il nome di Pasquale fa più pensare ad un ambiente partenopeo) che diverte l’aristocrazia con i suoi spropositi.
Il ricorso della regia di Bepi Morassi ad allusioni cinematografiche (film con De Curtis, De Filippo, Sordi ecc.) ha reso il tutto più spigliato e coerente in senso dinamico: la recitazione risultava infatti ben associata ai tempi musicali, le trovate sceniche ben strutturate e non disturbanti musica e canto. Per un testo così convenzionale, tutto era puntato su un repertorio di gags, inflessioni vocali, balletti, mimiche, momenti di avanspettacolo e perfino qualche smargiassata che ha strappato al pubblico la risata piena. Ad esempio Pasquale arriva come un meschino suonatore di organetto di Barberia e burattinaio, il cavaliere del Prato era il tipico gagà alla Petrolini, Lisetta e Costanza due sciantose da tabarin, marchese e cameriere sembravano usciti dal film Miseria e nobiltà ecc.
I costumi, di ambientazione primo 900, di Elena Utenti, realizzati dagli allievi della Scuola di Scenografia dell’Accademia di Belle Arti di Venezia – avevano la freschezza della non banale semplicità studiata e le scene di Piero De Francesco, realizzate, come le luci, dalla stessa scuola, la chiarezza e l’estro dell’immediatezza funzionale con la visione dell’esterno di un cafè chantant di fin du siécle – con qualche elemento odierno – nella prima parte dell’opera (che è un atto unico) e il suo interno nella seconda. Gustosa la vista della cucina del locale con tutti i suoi orpelli e batterie di pentole e fuochi. Eloquenti ed intonate le luci che giocavano sulle associazioni metateatrali della regia: in fondo si trattava di teatro al cubo perché Morassi ha concepito la farsa spontiniana come testo teatrale che rappresenta qualcuno che finge di essere chi non è su una ribalta di rivista. Anche il cast vocale ha contribuito con efficace impatto scenico al discreto successo dell’operazione di ripresa delle Metamorfosi: il Pasquale del basso Andrea Patucelli è empaticamente entrato in una parte che ha difficoltà tecniche quasi inesistenti, riuscendo anche ad esprimere un certo aspetto tenero e patetico, con un timbro morbido e duttile fin dalla prima aria Senza un soldo al suo comando. Il tenore Giorgio Misseri, nel ruolo del marchese, ha esibito una freschezza vocale notevole, buona proiezione di pronuncia espressiva, equilibrio dinamico con le altre voci nelle scene di insieme ed una bella espansionevocale nei momenti solistici, ad esempio nell’aria Sol per te mio diletto tesoro; il Frontino del baritono Carlo Checchi era eloquente, anche se non eclatante, il basse-baritone Francesco Basso ha ben delineato caratterialmente il Barone, mentre il tenore Christian Collia, che si divideva tra la parte del cavaliere del Prato e quella del sergente, ha reso il primo anche troppo esilarante nella pronuncia contraffatta e nella carica gestuale. Sul versante femminile il soprano Michela Antenucci era una Costanza dalla vocalità flessibile che rendeva interessante e centrato il suo momento solistico Deh in questo core con le sue incursioni nel registro medio grave. Trionfatrice della serata è stata senza dubbio Irina Dubrovskaya nella parte di Lisetta che presenta notevoli ed estese difficoltà tecniche: dotata di una limpidezza timbrica speciale, il soprano lirico di coloratura ha fatto galleggiare i suoni sul fiato mettendo in funzione una pronuncia italiana perfetta e un’incisiva capacità di proiettare con la stessa tenuta agilità, frasi melodiche e recitativi; la souplesse del fraseggio belcantistico emergeva in diversi momenti, tanto che a tratti sembrava di sentire Rossini (di cui Spontini, in parte, musicalmente è padre). La Dubrovskaya ha eccitato il pubblico all’applauso facendo valere una presenza vocale e scenica svettante nell’aria Signori galanti da cui non è lontano il cipiglio della Rosina rossiniana.
Enorme contributo e decisivo all’eccellenza dell’esecuzione è stato quello del Gianluca Capuano alla testa dell’Orchestra della Fenice e al clavicembalo. La sua direzione di equilibrata trasparenza ha reso protagonista anche l’orchestra e il suo creativo e virtuosistico clavicembalismo ha sparso una brillante patina settecentesca su tutta l’opera. Applauditissimo e primus inter pares a ricevere con gli altri tanti e calorosi applausi da parte di un pubblico soddisfatto e ben disposto a questo rinnovato ascolto spontiniano.

Commenti

commenti