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La XVI Stagione Lirica del Teatro delle Muse nel segno di Verdi e Rossini

Presentiamo la XVI Stagione lirica del Teatro delle Muse di Ancona che dal 21 settembre al 14 ottobre presenta due titoli di assoluto valore: “Un ballo in maschera” di Verdi e “La Cenerentola” di Rossini.


di Alberto Pellegrino

La XVI Stagione lirica del Teatro delle Muse di Ancona prevede la rappresentazione di due opere di assoluto valore come Un ballo in maschera di Verdi (21-23 settembre) e La Cenerentola di Rossini 12–14 ottobre 2018). L’opera verdina, andata in scena alle Muse nel 1861 e più volte fino al 1879, ripresa nel 2003 con la bella regia di Giancarlo Cobelli, ritorna ora con un nuovo allestimento della Fondazione Teatro delle Muse affidato alla regia di Pete Brooks con la direzione del M° Guillaume Tourniaine alla guida dell’Orchestra Sinfonica Rossini, con le scene e i costumi di Laura Hopkins. Gli interpreti principali sono Otar Joijkia, Gosha Abuladze, Ana Petrisevic e Anastasia Pirogova. Si è scelto per questa edizione di ritornare al libretto originale che ha come protagonista il re di Svezia Gustavo III con l’azione che si svolge nella corte di Stoccolma. Questa decisione, certamente interessante, richiederà probabilmente qualche aggiustamento del libretto verdiano, riportando nella corte svedese l’azione ambientata a Boston e restituendo al protagonista il nome e il carattere del re Gustavo III.
La Cenerentola di Rossini è un altro allestimento della Fondazione Teatro delle Muse in collaborazione con l’Accademia Rossiniana Alberto Zedda del Rossini Opera Festival. La messa in scena è stata affidata alla coreografa e regista Francesca Lattuada che ha curato anche la scenografia con la direzione del M° Giuseppe Finzi. Gli interpreti sono Martiniana Antonie, Giorgia Paci, Adriana Di Paola, Pablo Ruiz, Pietro Adaini, Francesco Auriemma e Daniele Antonangeli.

Il ballo in maschera
Un ballo in maschera va in scena per la prima volta al Teatro Apollo di Roma nel 1859 e Verdi si avvale di un libretto di Antonio Somma ispirato a un lavoro di Scribe intitolato Gustave III, ou le bal masqué, un dramma storico che si basa su un fatto realmente accaduto: lo spettacolare assassinio di Gustavo III re di Svezia, un sovrano illuminato che nel 1792 è vittima di una congiura da parte della nobiltà, alla quale aveva sottratto privilegi consolidati. Il re è barbaramente ucciso durante un ballo mascherato al Teatro dell’Opera Reale di Stoccolma. Scribe arricchisce la vicenda inserendovi una storia d’amore e il testo viene messo in musica nel 1833 da Daniel Auber con il titolo Le bal masqué. Nel 1841 questa storia arriva in Italia con Vincenzo Gabussi che scrive un libretto musicato da Gaetano Rossi con il titolo La clemenza di Valois. Successivamente è Salvatore Cammarano a fornire un libretto a Saverio Mercadante che compone l’opera Il reggente che va in scena nel 1843.
Verdi, che è alla ricerca di un soggetto per una sua nuova opera, rimane colpito dal dramma di Scribe e incarica Antonio Somma di scrivere un libretto, ma la censura borbonica non accetta questa prima stesura, perché la storia di un marito che uccide il presunto rivale, che è il re di Svezia, è considerata troppo oltraggiosa per l’istituzione monarchica, tanto più che siamo in pieno clima risorgimentale. Di conseguenza Verdi prima compie alcuni tentativi di radicale cambiamento della storia, trasferendo l’azione in Pomerania e facendo del protagonista un Duca; poi ambientando la storia a Firenze alla fine del XIV secolo e facendo del protagonista il capo della fazione guelfa. Insoddisfatto di queste soluzioni, Verdi ritorna al primo libretto, limitandosi a spostare l’azione da Stoccolma a Boston alla fine del Settecento e a trasformare il re nel con Riccardo, governatore della colonia inglese. Giuseppe Verdi è naturalmente autore di ben altra caratura rispetto agli altri musicisti che si erano occupati di questa storia e compone un’opera che Gabriele D’Annunzio giudica “il più melodrammatico dei melodrammi” per il gioco del caso e per la passione amorosa che lo attraversa. Massimo Mila scrive: “L’opera, se pur con le sue punte di drammaticità tradizionale, tende anche a ridere e sorridere, grazie a quell’umorismo che tutto investe e scioglie nella precarietà delle cose umane…Lo stesso filo civile della vicenda alla fine si vanifica anch’esso, liberando un’elegante e sentimentale storia d’amore e di morte che ha un sapore totalmente umano…Anche per questo Un ballo in maschera è un melodramma stilizzato, fine, colorito, dalle tinte complessivamente tenui. È commedia di uomini, insieme seria e brillante, non dramma o tragedia di eroi”.
Di diverso parere sono altri commentatori che considerano questo capolavoro verdiano non tanto il tragico poema di un amore impossibile e disperato, ma il dramma di un governante costretto a dibattersi tra il dovere pubblico e i sentimenti privati, costretto a prendere delle decisioni che distruggono le speranze della sua personale felicità e questo contrasto appare fin dall’inizio quando Riccardo afferma che “bello il poter non è, che de’ soggetti/le lacrime non terge, e ad incorrotta/gloria non mira”. Probabilmente il giusto sta nel mettere insieme le due visioni dell’opera.
Il protagonista ha una personalità tra le più complete e ricche di dettagli tra tutti i tenori verdiani: è un uomo consapevole dei suoi doveri, ma anche un focoso e appassionato innamorato, tormentato dal desiderio di conciliare la sua passione amorosa con la sua posizione pubblica. Oltre alla passione e al senso del dovere esiste il tema del tradimento: quello di Riccardo che vorrebbe per sé la moglie del suo migliore amico;  quello di del paggio Oscar che per leggerezza e vanità tradisce il suo padrone, rivelandone il travestimento; quello dei congiurati che tramano nell’ombra per uccidere il protagonista, per cui il ballo in maschera diventa alla fine la grande metafora della vita, il simbolo della maschera che spesso l’uomo indossa per nascondere i suo veri sentimenti.
Verdi, rispetto al passato, compone un’opera nuova, più frivola e con un fondo di humor, con passaggi addirittura brillanti per la presenza di canzoni e inni, di movimenti di danza e il minuetto finale che precede la morte del protagonista. All’atmosfera “leggera” del primo e terzo atto si contrappone il secondo atto che vede esplodere la nera gelosia di Renato, personaggio dalle forti valenze psicologiche, che presenta la scena della maga Ulrica introdotta dalla magistrale aria “Re dell’abisso”, che contiene il drammatico dialogo d’amore tra Riccardo e Amelia segnato da un terrore notturno e interrotto dall’irrompere dei congiurati con la scoperta dei due amanti e la sublime scena del dileggio con l’effetto delle risate.

La Cenerentola
La Cenerentola è uno dei  melodrammi giocosi di Gioachino Rossini  tra i più celebri. composto nel 1817 su libretto di Jacopo Ferretti che trae il soggetto dalla fiaba di  Charles Perrault e da due libretti d’opera: Cendrillondi Charles Guillaume Etienne musicato da Nicolò Isouard (1810) e Agatina, o la virtù premiata di Francesco Fiorini per le musiche di Stefano Pavesi (1814). L’opera, composta in circa tre settimane, debutta nel Teatro Valle di Roma con una scarsa accoglienza, ma in breve diventa popolarissima. Come era già accaduto, Rossini prende in prestito la sinfonia della sua Gazzetta, destinata a diventare una delle pagine musicale rossiniane più famose con il contrasto tra il solenne primo tempo (maestoso) e lo scherzoso secondo tempo (allegro vivace). L’opera si distingue dalle altre composizioni rossiniane per la sua vocalità più ardua dell’Italiana in Algeri, del Turco in Italia e dello stesso Barbiere di Siviglia. Essa si caratterizza per la preponderanza del canto d’agilità con il quale Rossini sembra voler creare un linguaggio fantastico, capace di rievocare il clima fiabesco di Perrault.
Particolarmente felice risulta la caratterizzazione dei personaggi a cominciare da Don Magnifico, un nobile spiantato e decaduto, un arrampicatore sociale padre di Clorinda e Tisbe, nonché patrigno di Angelina detta Cenerentola. Alla morte della madre di quest’ultima, egli ha incamerato a vantaggio proprio e delle figlie il patrimonio della giovane che è all’oscuro di tutto, non solo per poter assicurarsi un’esistenza agiata, ma anche per soddisfare la vanità delle figlie. Sogna di uscire dalla voragine di suoi debiti, accasando una delle figlie con il principe, ma i suoi disegni non si realizzeranno, perché sarà Cenerentola ha sposare il principe.
Clorinda e Tisbe sono un esempio di figlie viziate, immature e sciocche che fanno il diavolo a quattro per accasarsi con il servo Dandini travestito da Principe, sdegnando per superbia l’offerta di matrimonio dello scudiero che è il vero principe.
Angelina detta Cenerentola rappresenta l’aspetto positivo della vicenda: è figlia di primo letto della moglie di Don Magnifico e, malgrado le loro sgarberie, rispetta come sorelle Clorinda e Tisbe; ignora che la madre l’ha lasciata erede di un ingente patrimonio, quindi non sa che è ricca e che il denaro è stato occultato da Don Magnifico. Vive come una specie di schiava, facendo la serva al patrigno e alle sorellastre, ma sogna il riscatto e, quando incontra il principe travestito da scudiero, se ne innamora. Grazie ai buoni uffici di Alidoro, partecipa alla festa di palazzo e vedrà coronati i suoi sogni, diventando principessa.
Don Ramiro è un principe in cerca di una moglie, che si traveste da scudiero per osservare il comportamento delle fanciulle che aspirano alla sua mano; alla fine deciderà di sposare Cenerentola.  Dandini è il personaggio comico della vicenda: è uno scudiero che per un giorno prova l’ebrezza di essere un principe e ne imita i comportamenti e il linguaggio. Alidoro  è il deus ex machina dell’opera, sostituendo la fatina della fiaba: suggerisce al principe di scambiarsi con Dandini per cogliere dal vero i caratteri delle pretendenti; entra in casa di Don Magnifico, travestito da mendicante, per indagare sul carattere della tre ragazze; progetta e attua la partecipazione di Cenerentola alla festa; manovra affinché il principe possa ritrovare Cenerentola e farla sua sposa.

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