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La “Semiramide” di Rossini torna alla grande al Teatro La Fenice di Venezia

Al Teatro La Fenice di Venezia torna, con uno tra i più sontuosi eventi dell’anno Rossiniano, “Semiramide” che in questo teatro debuttò il 3 febbraio 1823. Tra i cantanti i migliori sono stati Alex Esposito, Enea Scala, Simon Lim e Marta Mari.

Fotografie © Michele Crosera


di Andrea Zepponi

La Semiramide (1823) è l’ultima opera italiana di Rossini ed è considerata la summa del bel canto italiano in cui il grande pesarese profuse ogni sorta di ricchezze musicali capaci di costituire una miniera di modelli per l’opera ottocentesca successiva. Questa opera profetica i cui tratti musicali e drammatici troviamo riflessi in opere come Norma di Bellini, Nabucco, Macbeth e Aida di Verdi, fece il suo debutto alla Fenice di Venezia il 3 febbraio 1823. Il ruolo della protagonista fu scritto contrattualmente su misura per la consorte di Gioachino Rossini, la grande cantante Isabella Colbran che con quest’opera chiuse la sua carriera. Per questa occasione, al foyer del Gran Teatro La Fenice di Venezia è stata allestita appositamente l’esposizione – magnifica – della partitura autografa del grandioso melodramma rossiniano (dura quasi quattro ore) ancora in possesso del teatro per cui fu creata. Le non più ottimali condizioni di voce della Colbran imposero al geniale marito di scrivere per lei una parte vocale piena di prodezze da grande diva del canto senza obbligarla a una tessitura impervia e giocando tutto su agilità espressiva e su una figura scenica di forte taglio drammatico. L’ultima opera italiana di Rossini creata per Venezia è tornata nella città lagunare in tutto il suo splendore per l’anno di commemorazione rossiniana – vi ho assistito domenica 21 ottobre in pomeridiana – e lo spettacolo, con la firma della regia di Cecilia Ligorio, è stato improntato a criteri di vaghezza polisemica con punte di personale interpretazione che non inficiavano la dignità degli interpreti né la struttura drammatica del testo librettistico di Gaetano Rossi. Le scene di Nicholas Bovey strutturate attorno ad un abissale foro sui cui degradava il piano della scena con andamento cocleare, mantenevano lungo la rappresentazione un carattere di open space capace di diverse letture e di dare ampio respiro alle figure degli interpreti cui aveva parte l’elemento cromatico: giallo dorato per lo splendore della regalità e per la passione amorosa, la dicotomia bianco-nero per rappresentare i contrasti tra innocenza-colpa, delitto-espiazione, segreto-verità. La semplicità delle idee faceva emergere con chiarezza i valori portanti dell’azione individuando simboli essenziali come il liquido nero contaminante (petrolio mediorientale?) che si rovesciava da bacili sospesi nel tempio di Belo a indicare il miasma dovuto alla uccisione a tradimento di Nino e che tinge il suo fantasma emergente dall’abisso dopo l’incesto inconsapevole tra Semiramide e Arsace da un lato, e dall’altro l’immenso velo bianco pronubo e le corbeille sospese di fiori, invero un po’ ingenue, allusive dei giardini pensili, indi le scene di sapore esoterico immerse nel nero tenebra dove la verità riemerge con tutto l’orrore per Arsace che viene a sapere di aver copulato con sua madre (secondo questa plausibile lettura registica), per Semiramide che scopre l’identità del giovane e il suo dovere di vendicare il padre, per il superbo Assur che viene atterrito dalla visione del fantasma, infine per tutti quando brancolano nel buio del sotterraneo prima dell’esito tragico in cui Semiramide verrà uccisa dallo stesso Arsace; a questi elementi euforici e disforici dello spettacolo corrispondevano perfettamente i costumi di Marco Piemontese.
Sul versante vocale Jessica Pratt nel title-röle, convince dal punto di vista del magistero belcantistico e della presenza scenica sul cui carattere ambivalente la regia ha calcato invero un po’ la mano, ma desta qualche perplessità sul piano del colore vocale ancora non così drammatico come richiederebbe la parte e della attesa intensità che tuttavia ha raggiunto nel secondo atto nei duetti con il basso e con il mezzo; l’Arsace di Teresa Jervolino piace ed è stato corretto sul côté dell’agilità e della flessibilità vocali ma non esaltante dal punto di vista belcantistico per non osare variazioni notevoli alla ripresa delle cabalette e non corrispondere in acuto allo spessore mezzosopranile della zona medio grave; per altro applauditissima, la cantante ha onorato il difficile ruolo nel grande affiatamento timbrico-dinamico con il soprano nei duetti del primo e del secondo atto Serbami ognor e A te ferisci, ma in Giorno d’orrore lo staccato a due non era perfetto; grande prova di canto e di drammatizzazione caratterizzata del personaggio è stata quella del basso Alex Esposito nel ruolo di Assur, padrone assoluto di capacità vocali eclatanti e di doti sceniche affinate con scienza e coscienza che ne fanno il più grande basse-baritone rossiniano attuale e uno dei più autorevoli belcantisti della scena lirica: grandioso nelle frasi che riempiono il teatro con una dizione superba, procede spavaldo nel delineare virtuosisticamente stati d’animo opposti come nella grande scena del secondo atto  Deh!… ti ferma… ti placa… perdona e nel cesellare passaggi di coloratura sgranati con espressione e pertinenza scenica senza uscire dallo spessore timbrico. Esaltante l’interpretazione scenica e vocale del tenore Enea Scala, nel ruolo di Idreno, di eccezionale smalto tenorile presente in tutta la gamma – sorprendenti le sue note gravi da baritenore prese di sbalzo da sovracuti fluviali appoggiati tutti sul fiato e timbrati con un colore pieno e capace di grande forza suasiva in situazioni espressive dinamiche – e, sebbene il personaggio di Idreno nella Semiramide non abbia un grande sviluppo emotivo, Scala lo ha reso vivo, vibrante nell’aria del primo atto Ah dov’è il cimento e più acceso e svettante in quella del secondo La speranza più soave. Ottimi anche l’Oroe di Simon Lim, la cui sensibile profondità vocale veniva modulata in senso espressivo nel filare i suoni, il quale poteva spendere più vivacità in senso virtuosistico, ma si tratta forse di una scelta direttoriale, e l’Azema di Marta Mari, molto ben giocata sulla scena e dalla vocalità ampiamente lirica così lontana dalle leggerezze del soprano di coloratura cui la consuetudine troppo spesso destina il ruolo, e, infine, eccellente era il comprimariato del tenore Enrico Inviglia in Mitrane e del basso Francesco Milanese, voce fuori campo del fantasma di Nino.
Esornativi e arcaizzanti i movimenti scenico-coreografici curati da Daisy Ransom Phillips.
La direzione dell’Orchestra del Teatro La Fenice di Riccardo Frizza ha operato una lettura della partitura chiara e ricca nel fraseggio con grande eloquenza dinamica e timbrica senza prevaricare i cantanti; anche la scelta dei tempi ben assestata senza indulgere a facili effetti ha confermato la sua perizia alla direzione di questa grande opera rossiniana.
Ottimamente preparato il Coro del Teatro La Fenice diretto da Claudio Marino Moretti.
Il pubblico ha corrisposto alla fine con straordinaria vivacità – non sono mancati piccoli cenni di dissenso – alle diverse performance degli interpreti di questo spettacolo che è certo tra i più sontuosi eventi dell’anno dedicato alla commemorazione di Rossini.

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