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“La monaca di Monza” di Testori portata in scena da Valter Malosti

Fotografie©Noemi Ardesi


di Flavia Orsati

Al Teatro dei Filarmonici di Ascoli Piceno è andata in scena La monaca di Monza di Testori. La versione altamente drammatica di Valter Malosti vede come ottimi protagonisti Federica Fracassi, Giulia Mazzarino e Davide Paganini.

Il poema è un sortilegio
impossibile. Puoi vederlo
tu stesso se distogli
lo sguardo. Cerca
di capire. Tutto insiste
aspettando al di là
della parete, tutto è
da sempre disponibile
e insiste.

Antonio Santori, Saltata

Il 13 febbraio è stata portata in scena ad Ascoli Piceno, al Teatro dei Filarmonici, “La monaca di Monza” di Giovanni Testori nella versione di Valter Malosti, con Federica Fracassi, Giulia Mazzarino e Davide Paganini. Le scene e le luci dello spettacolo – prodotto da TPE – Teatro Piemonte Europa, Centro Teatrale Bresciano, Teatro Franco Parenti, Teatro di Dioniso con il sostegno di Associazione Giovanni Testori – sono di Nicolas Bovey, i costumi di Gianluca Sbicca, la cura del movimento di Marco Angelilli, il progetto sonoro di Valter Malosti, il suono e la programmazione luci di Fabio Cinicola.

Giovanni Testori nel 1967 dedica un’ampia opera teatrale alla Monaca di Monza, personaggio di estrema complessità, realmente esistito, che è stato reso famoso dai capitoli IX e X dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. Nel portare sul palco l’ambivalenza fede/peccato, ribellione/pentimento, Testori non ha, come Manzoni, necessità narrative o moraleggianti che portano a costruire la storia della “malmonacata” sul non detto, sulla reticenza, sulla sospensione e ad edulcorarla. L’autore attinge la materia trattata direttamente dagli atti del processo ecclesiastico condotto contro Marianna de Leyda e, come viene detto sul palco, qui la “carne si fa parola“, quasi rovesciando la massima evangelica, e  rabbia e dolore vengono gridati, in tutta la loro forza, di fronte agli spettatori, di fronte al mondo, di fronte a Dio; in Testori, infatti, nonostante la grande liricità e potenza drammatica del testo e della storia narrata, quest’ultima sembra farsi espediente per raccontare i misteri e il potere del Verbo. Altra grande differenza tra la Suor Virginia di Testori e la Gertrude manzoniana: nell’universo della prima, fatto di non luoghi e di vite sospese che possono essere riscattate solo dalla parola e dalla necessità di essere ascoltate, non esiste possibilità di redenzione. Dio è distante, muto, non consola.

Sulla scena, nel riadattamento di Malosti, nella Monza degli anni Sessanta, sono tre i personaggi che si muovono sulla scena: in un tragico trittico, la protagonista Suor Virginia, impersonata da Federica Fracassi, che ben riesce a rendere la grande intensità emotiva e visionaria del personaggio, con parole e movenze feroci e poetiche al contempo, l’amante sanguinario della Monaca Gian Paolo Osio (Davide Paganini), eroe nero e crudele che finisce la sua vita barbaramente trucidato, totalmente fabbro del proprio – e altrui – dolore e, infine, la conversa Caterina (Giulia Mazzarino), una delle tante giovani donne che Suor Virginia avrebbe dovuto educare alla mansuetudine e all’amore per Dio, assassinata dai due per metterla a tacere dopo aver scoperto il loro segreto. La Fracassi, in particolare, riesce a trasmettere l’inquietudine fisica e psichica del suo personaggio: tragica e assolutizzante, porta in scena una donna nascosta e misteriosa, blasfema, che non si fa problemi ad accusare Dio e a metterlo a processo per le sue disgrazie. Dopo secoli, ci fa intendere l’autore, ancora riecheggiano, nel grigiore, intrighi e complotti, al cospetto del Lambro.

I protagonisti, con la loro voce e corporeità, anche grazie ai giochi di luce che creano un’atmosfera oscura e tenebrosa, si muovono all’interno di una scarna scenografia fatta di tre gabbie/loculi, correlativo oggettivo della condizione di prigionia vissuta in vita dai tre, completamente intrappolati nelle passioni; tali spazi vengono attraversati dai personaggi solo in funzione del compimento di azioni efferate e della violazione di regole morali. “Parleranno di noi e scriveranno di tempi di penitenza e convulsione”, ma ora della storia della monaca di Testori, suora, amante e madre, contro regole, ordine, legge, Dio, nella cupa e nebbiosa Monza dello scorso secolo, non è rimasto niente, solo l’ombra dei suoi baci, dei suoi pianti, della sua disperazione, della sua torbida relazione sessuale che l’avrebbe portata alla rovina. La forza dei tre attori è soprattutto quella di rendere materiale e tangibile l’impalpabile, la parola, partendo da un’ipotetica condizione di fantasmi incorporei, con la pretesa di vivere, esistere, amare, essere, in un microcosmo in cui la fisicità è omnicomprensiva e ingloba ogni aspetto, divenendo volitiva e scandalosa, in provocazione a un Dio che, assente, resta muto.

“In Testori Marianna De Leyva è una sorta di revenant che strappa se stessa, fantoccio di carta, dalla Storia scritta. La parola si fa carne, rimette insieme le sue ossa maledette per dar vita a una blasfema eppur umanissima resurrezione. La tragica vicenda della protagonista prende forma con un andamento temporale distopico, e come in soggettiva cinematografica, addirittura fin da dentro il ventre materno, dal concepimento, dall’atto brutale del padre padrone, passando per gli opifici e le fabbriche e le macchine e le benne della Monza e della Milano degli anni Sessanta, fino a rivivere il disperato amore, che è il cuore pulsante del testo, per Gian Paolo Osio vero e proprio eroe nero, sconcio e sanguinario che finirà i suoi giorni barbaramente trucidato” sono le parole di Malosti il quale, nella sua operazione drammaturgica, adatta il testo per tre sole voci, scarnificando l’originale, rendendo la vicenda un’amara ma non pentita confessione a un ipotetico inquisitore, condotta su toni poetici e lirici ma sempre drammatica, brutale, mortifera. Tutta la narrazione, infatti, si sviluppa in un’unica, grande analessi, dove i protagonisti raccontano il perché della loro caduta, non invocando perdono e non chiedendo di essere capiti, anzi, maledicendo il Dio che ha permesso tutto ciò. Solo nel dolore, insomma, è possibile trovare la chiave epistemologica del racconto.

Inscenando una rete di trame ed intrighi degni di una tragedia classica, come in un rovesciato racconto agiografico, Malosti punta sull’immobilismo: sono le parole e la narrazione a farla da padrone sulla scena, in un non chiederci la parola necessario per conoscersi ed entificarsi. Proprio la parola, infatti, arriva ad avere un potere supremo e fatale, come la passione incontenibile tra i due giovani, tra eros e disperazione, tra desiderio e violenza carnale. L’amore qui, del resto, è un sentimento che non lascia scampo e speranze di sorta, malato e lucidamente consapevole di esserlo; è un percorso che non porta alla conoscenza ma all’autodistruzione e alla distruzione di chiunque voglia intralciarlo. Come una moderna Antigone o Medea, Suor Virginia si muove sulla scena solo per odio, dolore e sete di vendetta, ponendo l’accento sul grande valore che la tragedia classica attribuiva alla sofferenza.

La vita di Suor Virginia, iniziata a causa di una violenza e di una depravazione, di questi elementi si consustanzierà per sempre, contro ogni regola, morale o Dio, nel suo Io lacerato, dove la religione non può niente contro l’eterno sentimento che nutre nei confronti del suo amante, Gian Paolo. Dio viene chiamato blasfemamente in causa più volte, risultando la disperata invocazione senza esiti, anche dopo averlo condannato come causa di ogni male.

La parola, quindi, dimostra di avere un valore resurrezionale ma non totalmente taumaturgico: ad essere portati sul palco sono tre monologhi, poiché quelli dei personaggi, nonostante la loro vicinanza anche carnale, non divengono mai dialoghi, in un amore che è fatto solo di ferocia, disperazione, invidia, sesso ed estasi. Tra oscuri e neri sfondi pittorici e luci caravaggesche che illuminano volti e corpi, emerge il valore della libido come pulsione mortifera e non vitale, che conduce al dissolvimento, al di là della quale non è possibile trovare un Oltre, uno squarcio metafisico: tutto è carne, tutto è sangue, tutto è presente e terreno. La sola vertigine è data dal proibito e dall’osare in nome dei sensi.

Federica Fracassi – Giulia Mazzarino

Il corpo della Monaca, totalmente vestito all’inizio e con il volto coperto, si spoglia man mano che la confessione procede, come se alla nudità fisica corrispondesse quella psicologica. L’atmosfera è buia, diremmo dark, e i tre protagonisti, come zombie, si apprestano a raccontare il marcio della loro rovina. “Mi sentite, suore maledette?”, urla Suor Virginia, detentrice di un destino non suo, che mai avrebbe voluto, costretta a pronunciare un giuramento infranto ancor prima del suo suggellamento. Dopo gli improperi lanciati contro la sorte, la donna scopre il suo volto, guardandola in faccia e sfidandola apertamente, consapevole di quanto il suo ruolo non sia adatto a lei: “Non piangere mamma, tua figlia non riesce a pregare, non riesce adesso e non riuscirà mai”. Suor Virginia, in effetti, sembra infrangere tutti e dieci i comandamenti su cui la fede di un buon cristiano dovrebbe basarsi: “Padre, maledetto il giorno in cui hai messo incinta mia madre”, prosegue, ragionando sul fatto che il suo stesso esistere sia frutto di una violenza, in un universo deterministico che non concede opportunità di espiazione e redenzione, e una madre non può consolare e non può niente contro il dolore del sangue del suo sangue: “Guarda mamma, la goccia si è fatta carne..”. Da questo momento inizia la tragedia e la domanda “E io dovrei pregare Dio?” pare, a questo punto, legittima. Il dramma della vita della suora è segnato dal nascere nella violenza e dalla monacazione involontaria, tra sovrabbondanza, impellenza di dire e di nascondere, di urlare e di sussurrare.

“Quanti drammi inscenano queste donne…” chiede, di contro, l’oscuro villain Gian Paolo Osio, corrotto e corruttore, di una pazzia lugubre, malvagia, disperatamente vitale ed orribilmente funerea, vittima in balia dei propri vizi. Per Gian Paolo, la sua Virginia era “una suora bella, bellissima, la più bella del convento. Lei angelo, io demonio, una bellissima donna e una suora senza fede”: strano notare come la descrizione della passione che l’ha folgorato alla prima vista di Virginia e del suo corpo è quasi romantica, come se il suo amore fosse reale ma il suo animo totalmente corrotto e malato. Il loro debito si moltiplicherà mettendo al mondo figli, non si salderà affatto, essendo il rapporto tra i due vissuto all’insegna dell’eros più sfrenato: Gian Paolo vuole Marianna intensamente, vuole il suo ventre, la sua carne, il suo sangue. Il loro amore è quello che porta alla pazzia, all’ossessione, è il furor latino: un eros che vuole sesso, che vuole il corpo e che non si sazia mai, che è bestiale e sconvolge la mente, un “amore cieco e lucente come quello delle bestie”.

Dopo la presentazione dei due, i loro corpi iniziano ad intrecciarsi. Lui entra nella sepoltura di lei, baciandola sul collo, sul volto, cingendola voluttuosamente, toccandola. Si spengono le luci, un’unione, un gemito che è al tempo stesso un rantolo, un piacere che è agonia. Segue il buio, anche metaforico.

Una delle converse del convento, a conoscenza degli incontri notturni che si svolgono nell’edificio sacro, è invidiosa, anche lei vorrebbe riempire la propria vita e vivere il miracolo che porta alla dannazione come la donna che sarebbe stata preposta ad educare alla rettitudine morale lei e le altre novizie. Gian Paolo, senza scrupoli o morale, la accontenta, possedendola nell’orto antistante al convento una notte oscura. Da quel momento, il corpo e lo spirito della giovane resteranno per sempre a quell’atto, che l’ha resa infinita, macchiandola per sempre di colpa e di sangue: “Gian Paolo è il mio sudario”, esclama. E la ragazza arriva a volere sempre di più: vuole essere ospitata nelle orge notturne che si svolgono nel convento, altrimenti avrebbe spifferato tutto quello che sapeva.

Il dramma si dirige verso la mezzanotte: Suor Virginia è presa, come stregata, dal macabro fascino di Gian Paolo e rimane incinta. A questo punto, le si prospettano due possibilità: scappare, ricominciare da capo, oppure sopportare e nascondere l’ennesimo abuso alla sua dignità di suora. Passa notti terribili e agitate, abitate da sogni sanguinosi. Per lei il bambino rappresenta un – mancato – tentativo di redenzione, così la decisione è di tenerlo, di perpetrare, tramite la sua figura, l’amore per Gian Paolo, di redimersi, nella sua solitudine orrenda e blasfema, senza luce; in più, non avendo sua madre voluto una figlia, in questo modo Virginia avrebbe avuto modo di cancellare, come di colpo, l’ombra che la inseguiva. Ma un presagio è in agguato: “Tua figlia sta per essere come te mamma, mi senti?”. Anche stavolta, Gian Paolo dimostra la sua vocazione luciferina: per lui il nascituro è il “frutto della sua bestemmia”, nato da un atto impuro e destinato a scontarlo seppur innocente, portando con sé un vero peccato originale. La notte del parto, ci viene raccontato, soffiava un vento terribile sulle montagne, faceva freddo e nevicava. Lui aspettava nascosto, nell’orto, mentre lei, per non farsi sentire, cercava di spegnere i lamenti del dolore tra le labbra, serrando i denti. Segue un lungo, interminabile silenzio e lui, nella sua bestialità, lui sapeva. Sapeva che suo figlio era frutto del peccato. Due suore si dirigono verso il giardino, gli comunicano che il bambino è nato morto. Uscito nero, come un’ombra, una non-esistenza sul bianco candido delle lenzuola. Il corpo viene seppellito in un posto sicuro, dove non possa essere trovato da uomini o profanato da bestie. “Carne e basta”, frutto di “odio e volontà di distruzione”. E di autodistruzione. Lei lo descrive, addolorata: “un grumo flaccido e insensato di sangue”, arrivando alla più perentoria delle affermazioni per una suora: “In quel momento ho odiato Dio”. In un supremo atto di tracotanza, il ventre femminile si fa universo, ma capace solo di dare morte. La sterilità, insomma, è lo scotto da pagare per aver vissuto l’Inferno in terra. A gravare sul destino di Virginia arriva, poi, un altro spettro: la conversa, ingenua ma perversa, frustrata e invidiosa, squallida e meschina, a conoscenza di tutto, minaccia ancora di parlare. Siamo all’unica scena in cui i tre protagonisti si trovano nello stesso loculo, quello al centro, quello della conversa, che viene messa a tacere per sempre.

Nell’animo della Monaca di Monza convive una costante e insopportabile opposizione dicotomica: dal dolore per la morte del suo unico figlio e della sua unica possibilità di redenzione passa con disinvoltura a commettere un efferato omicidio, seppellendo il corpo di quella che avrebbe dovuto essere una tra le sue protette nell’orto, nel punto esatto in cui Caterina si era unita a Gian Paolo. Virginia, infatti, era venuta a sapere che le labbra della conversa si erano unite a quelle del suo amato e da quel momento il desiderio di morte nei confronti della donna è stato costante. Da questo momento, la discesa verso il baratro è sempre più veloce e profonda. Gian Paolo, frattanto, si macchia d’un altro fatto di sangue, eliminando uno speziale che aveva posto le mire sulla sua Virginia. Una bestia depravata Gian Paolo, “contro tutte le leggi e tutte le redenzioni”, nella sua “dolcezza rude senza pace”.

Ora Virginia, rinchiusa in una cella, ha finito la confessione. Sta per arrivare l’Inquisizione, con il suo vicario, i processi, la sentenza. La Monaca, alla fine, viene insomma scoperta. La sua preoccupazione, tuttavia, non è la morte: è dilaniata dal fatto di non poter più vedere il suo amato, anch’egli incarcerato, senza però aver compiuto l’ultima malefatta: decide di unirsi a un’altra donna, Benedetta, l’unica che le ricorda la sua Virginia, per gettarla poi alla fine dell’atto in un pozzo. L’odio è totale, rivolto contro la vita stessa, tanto che dichiara di voler uccidere chi gli è accanto solo perché respira e sopporta la sua violenza. Virginia viene condannata alla reclusione a vita e non riesce a smettere di sognare Gian Paolo e a pensare a lui; la sola cosa che la fa andare avanti è la flebile speranza di riuscire, prima di morire, a rivederlo. Lui finirà i suoi giorni giustiziato, mentre lei in clausura totale.

Ormai lei suora, nuda davanti alla vita, a seno scoperto, pronuncia la confessione finale, il suo odio contro Cristo, il Verbo che si è fatto carne, in una forte scena intrisa di superbia e lussuria: “Liberaci non dal male, ma dalla nostra carne, dal nostro sangue, dalla nostra morte – che poi nei due protagonisti coincidono – o distruggiti anche tu nella nostra carne, nel nostro sangue, nella nostra morte”. Ancora una volta, sul palco la massima evangelica viene rovesciata, mostrando come in realtà il Verbo possa farsi carne e subire una corruzione, ma anche come la carne possa farsi Verbo grazie al potere delle parole e a quello supremo della nominalizzazione. Il corpo è lacerato, non sulla croce ma dalla vita, che Dio stesso, nella visione Cristiana, dovrebbe aver donato e la provocazione è rivolta proprio al Padre, ma nella sua carnalità, come un invito a scoprire ed esperire sulla pelle del Figlio l’ingiustizia e lo scandalo del dolore. La dannazione, lacerante e visceralmente umana, è totale e compiuta, ma rinnovata ogni volta che si fa parola. Spettacolo dal grande e goticheggiante pathos drammatico, unica nota dolente il suo stemperamento insensato in due punti della rappresentazione, con una musichetta e un balletto inscenato dalla Monaca.

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