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“La Dori” ovvero “La schiava fedele” di Cesti torna a Innsbruck

Fotografie © Innsbrucker Festwochen / Rupert Larl


di Andrea Zepponi

Una produzione di altissimo livello “La Dori” di Antonio Cesti andata in scena al Tiroler Landestheater di Innsbruck. Brillante la direzione di Ottavio Dantone e cantanti perfetti.

La rarità dell’opera La Dori, dramma musicale di Antonio Cesti (1623-1669) su libretto di Giovanni Filippo Apolloni andato in scena il 24 e il 26 agosto 2019 al Tiroler Landestheater nella stessa Innsbruck dove fu data per la prima volta al Teatro di Corte nel 1657, merita una puntuale esposizione della sua trama il cui rocambolesco e intricato antefatto è il seguente: l’alleanza tra Satrape, re dei Persiani ed Archelao, re di Nicea venne suggellata da un fidanzamento in età ancora impubere tra Oronte, il figlio di Satrape e Dori, una delle due figlie di Archelao. La bambina fu però rapita durante una incursione di pirati presso il palazzo di Nicea e con essa vennero trafugati anche i documenti che ne decretavano il fidanzamento e il futuro matrimonio. Così, perdute le tracce della fanciulla, si predispose il matrimonio tra Oronte e la sorella rimasta, Arsinoe. Il giovane principe intanto venne inviato in Egitto alla corte del sovrano Termodonte che aveva avuto in precedenza una figlia anch’ella di nome – guarda caso – Dori. La bambina ancora in fasce fu allevata dalla consorte di Arsete, fidato cortigiano del re, ma ella morì improvvisamente; allora Arsete, impaurito per la punizione che gliene sarebbe derivata, si diede alla fuga al seguito di quegli stessi corsari che poi avrebbero rapito la figlia di Archelao. L’uomo, visto che l’età della fanciulla rapita corrispondeva a quella della bambina deceduta, decise di farla passare per quella portandola alla moglie che poi la consegnò a Termodonte come fosse la sua figliola ormai cresciuta. La ragazza crebbe così alla corte egiziana dove di lei si innamorò ricambiato Oronte e i due giovani si promisero eterna fede, sennonché Satrape richiamò il figlio dall’Egitto per concludere le sue nozze con Arsinoe, già fissate per ragion di stato, sotto la minaccia di estrometterlo dal regno se egli non l’avesse fatto. A quel punto Dori, disperata per la partenza di Oronte e incerta sulla sua costanza, fuggì travestita da schiavo e scortata da Erasto, capitano del principe, nella speranza di raggiungerlo, ma venne con lui rapita nella ennesima incursione dei pirati sul mare. I due tentarono la fuga gettandosi a nuoto e Dori venne persa di vista da Erasto che riuscirà poi ad approdare e a raggiungere Babilonia; colà l’uomo racconta la perdita di Dori a Oronte che intanto non si rassegna a concludere le sue nozze con Arsinoe. Invece Dori è ancora viva e, dopo esser scampata dalle onde, viene venduta da alcuni predoni come uno schiavo alla stessa Arsinoe. Dori, preso il nome di Alì nella fittizia identità maschile, ottiene la confidenza di colei che è sua sorella e viene a sapere che è innamorata di Oronte. Lo sconcerto di Dori è totale: la ragazza è divisa tra la scelta di rivelare tutto ad Oronte oppure di tacere. Intanto sopraggiunge in Babilonia Tolomeo, figlio di Termodonte e supposto fratello di Dori, inviato dal padre alla ricerca di lei; egli, invaghitosi di Arsinoe e per avvicinarla, si finge donna sotto il nome di Celinda; introdottosi con questo espediente nel serraglio della corte, riesce ad ottenere anch’egli le confidenze di Arsinoe e la sua fiducia. Termodonte intanto non ha più notizie dal figlio Tolomeo, allora invia Arsete sulle sue tracce, colui che fu il tutore della piccola Dori. È a questo punto che inizia il primo atto dell’opera in medias res, quando Dori, sola e disperata, tenta di gettarsi nell’Eufrate, ma viene trattenuta da Arsete che le ricorda le sue origini regali e le consiglia di sperare ancora; ella gli rivela la sua storia e il tormento del suo cuore. All’intreccio amoroso e delle identità celate si uniscono bizzarri momenti di gusto comico e buffonesco con i personaggi di Golo, servo e giullare di Oronte e Dirce, vecchia nutrice di Oronte, interpretata caricaturalmente da un tenore (secondo il costume seicentesco che ha inizio con l’Arnalta della monteverdiana Incoronazione di Poppea); l’anziana donna ama Golo e vorrebbe sedurlo con grande repulsione di questi che la irride e sbeffeggia. Nel giardino, dove Arsinoe e Celinda/Tolomeo conversano come due care amiche, Dirce viene a ricordare alla principessa che Oronte ha ancora intenzione di ritardare il matrimonio e le chiede di pazientare; Arsinoe conferma i suoi affetti nei confronti di Oronte e intanto riceve da Celinda/Tolomeo delle confidenze che fanno capire come l’amica nutra un amore segreto e inconfessato; l’abilità del librettista sta nel far pronunciare al Tolomeo/Celinda mezze parole e allusioni dirette all’amata e ignara Arsinoe, proprio come se stesse per dichiararsi a lei. Dopo un monologo in cui Tolomeo travestito lamenta il suo amore disperato, entra Bagoa, l’eunuco guardiano del serraglio reale, che gli ingiunge di ritirarsi; questo innesca una scena di schermaglie dove all’evirato viene rinfacciata dal renitente Tolomeo, donna solo in apparenza, la mancanza di attributi e ne provoca il buffo risentimento.

L’atto secondo si apre con un monologo di Erasto il quale confessa il suo amore per la presunta Celinda cui segue il suo incontro con Arsete che lo riconosce, gli rivela di essere lì per cercare Dori, viene da lui a sapere che è sulle tracce di Tolomeo e infine gli promette aiuto mentre gli chiede in cambio di non rivelare nella reggia la sua identità. Il successivo dialogo tra Arsinoe e Alì/Dori mette in evidenza le speranze della prima e la disperazione della seconda che pure, nelle sue vesti di schiavo, promette di fare tutto purché Oronte si decida a sposare quella che è sua sorella, e nel monologo appresso esprime la sua rinuncia all’amore e la sua magnanima volontà di sacrificarsi:

No, no, Dori non deve,

benché schiava, straniera e peregrina,

tradir altrui per innalzar me stessa.

Son ben amante è ver, ma son regina.

E si addormenta in preda allo sconforto. A Golo e alla sua mordace arguzia è affidato un monologo sulla instabilità della fortuna e la varietà dei casi umani. Egli rimprovera ad Alì/Dori la sua sonnolenza che non lo rende schiavo sollecito e lo accusa di essere ubriaco, allora questi, in cambio del suo silenzio gli regala un anello, ultimo avanzo della sua ricchezza e torna a dormire. Sopraggiunge Oronte ancora in preda al suo amore per Dori, che vagheggia ad alta voce, e Alì/Dori nel sonno risponde come un eco ai suoi vagheggiamenti amorosi finché si sveglia e conversa con il principe sempre dissimulando la sua vera identità; nel dialogo con lui ha però modo di rivelare ad Oronte la sua provenienza dall’Egitto dove era al servizio di Dori provocando nel giovane una insolita inquietudine. La conversazione tra i due viene interrotta da Artaserse, zio di Oronte e reggente, che gli rimprovera di mettere a parte dei suoi sentimenti uno schiavo e gli ricorda il suo dovere di sposare Arsinoe, pena in caso contrario, la sua esclusione dal trono di Persia; a quel punto anche Alì/Dori lo esorta a compiere il passo del matrimonio. A momenti seriosi come questo, secondo il carattere del melodramma seicentesco, subentrano altri comici e spassosi come il seguente basato sul grottesco contrasto tra la vecchia Dirce e lo stizzoso Bagoa che si rimbeccano le loro debolezze. Entrano Erasto e Celinda/Tolomeo, spiati da Arsete; il primo dichiara il suo amore alla presunta Celinda che dapprima si schermisce, poi cede e gli accorda amore e fedeltà, ma Arsete nascosto riconosce Tolomeo travestito e si ripromette di scoprirne le trame occulte al fine di giovare anche alla sua pupilla Dori. Rientrano in scena Alì/Dori e un Oronte ancora esitante a stringere i nodi maritali con Arsinoe; pure egli deve adempiere al suo dovere e chiede al presunto schiavo di scrivere una lettera di consenso al matrimonio alla principessa, ma, quando riconosce nello scritto la somiglianza con la grafia della sua amata Dori, ingiunge allo schiavo (che ancora non riconosce) di ribadire a quella la sua esitazione. Proclama ancora intatto il suo amore per la ragazza perduta e, nel vagheggiarla, si addormenta mentre Golo in un monologo ne dileggia l’incapacità decisionale; il punto straordinario di questa scena è l’apparizione in sogno del fantasma di Parisatide, madre defunta di Oronte la quale lo esorta a mantenere la parola data a suo padre, ma anche il giuramento fatto a Dori. Il giovane si sveglia in preda a nuova inquietudine di fronte a quello che è per lui un mistero e un segno celeste. Intanto Alì/Dori non ha perso tempo e ha portato l’ulteriore ambasciata di diniego da parte di Oronte ad Arsinoe la quale va su tutte le furie e sviene in preda allo sdegno; sopraggiunge Oronte seguito da Erasto; il primo scambia per attenzioni amorose la sollecitudine di Alì/Dori nel soccorrere la svenuta principessa e si mostra sdegnato con la ragazza rinvenuta (evidente contraddizione maschilistica) al punto di volerla uccidere, il che viene fermato dalla accorsa Celinda/Tolomeo che scopre così la sua vera identità.

L’atto terzo si apre con un monologo di Artaserse il quale depreca l’ostinazione di Oronte e il travestimento di Tolomeo dopo aver ordinato a Erasto di uccidere quest’ultimo, ma il capitano non può farlo, seppur disilluso e sconcertato dalla scoperta della sua vera identità maschile. Torna in scena Dirce in veste di maga che ha preparato un filtro per addormentare lo sprezzante Golo e farsene poi beffe depilandolo per bene; contestualmente Alì/Dori, sempre più disperata, si accinge a morire per opera di un veleno, ma, per il momento, stanca di tanto patire, si addormenta e allora Dirce, invaghita delle sue sembianze, ne bacia le guance mentre dorme e scambia il veleno che Dori ha con sé con il sonnifero approntato per Golo. Al suo risveglio Dori trova Arsete che ne condivide il dolore e le propone di partire con lui verso altri lidi. La ragazza accetta, ma gli chiede che prima della partenza, venga recapitato a Oronte uno scritto che dovrà leggere prima del matrimonio con Arsinoe. A questo punto Tolomeo invoca consiglio dal cielo e riceve da Bagoa un messaggio da parte di Arsinoe che lo ringrazia per averle salvato la vita e gli dimostra la sua riconoscenza. Il principe egiziano ne è felice e ringrazia la fortuna per questa nuova occasione di far breccia nel cuore della ragazza. Ella è ora in preda allo sconforto per tante contrarietà e Artaserse le promette che costringerà Oronte a sposarla senza altri indugi sotto la minaccia di fargli perdere il regno. Il principe persiano è ancora adirato nei confronti della povera Arsinoe che ha ordinato al riluttante Erasto di uccidere, ma a ciò si interpone Artaserse cui Oronte ribadisce il suo rifiuto di sposarla come impudica. La conseguenza di ciò è che il principe perderà il trono della Persia e di questo lo fa accorto perfino il servo Golo il quale comincia a mostrargli il suo disprezzo affermando di dovere ormai obbedienza solo a suo zio Artaserse. A questo affronto la già blanda fermezza di Oronte viene meno e all’ennesima insistenza di Artaserse, egli acconsente a impalmare Arsinoe promettendo di tornare a più miti e retti consigli. Anche Arsinoe mostra di rientrare nel suo abituale atteggiamento nei confronti del principe e i due sono già in procinto di scambiarsi le destre in pegno, quando Arsete giunge con un foglio da consegnare ad Oronte il quale ne legge il testo scritto e firmato da Dori che gli comunica di essersi suicidata dopo le sue nozze. Allo sconcerto del momento si aggiunge il fatto che entra trafelato Golo e riferisce la morte dello schiavo Alì; egli lo ha trovato esanime e, nel soccorrerlo, ha scoperto che in realtà è una donna e le ha trovato addosso un documento con sigilli reali. A questo punto cominciano le agnizioni: Arsete inizia a raccontare le traversie di Dori rivelandosi a tutti come tutore della ragazza e servo di Tolomeo, indi la lettura del documento trafugato a suo tempo dai corsari attesta l’avvenuto fidanzamento tra Oronte e Dori. Tutto è ormai chiaro e il nodo drammatico della presunta morte di Dori viene sciolto da Dirce la quale annuncia a tutti che la ragazza vive grazie alla burla del veleno ed è la stessa anziana nutrice di Oronte a ricondurgli tra le braccia la principessa nicena cui Artaserse riconosce la legittimità delle sue nozze con il principe persiano ormai destinato al trono; a Tolomeo viene concessa in sposa la festante Arsinoe che ne aveva apprezzato la devozione. Alla fine tutti inneggiano alle alterne vicende dell’amore che fa germogliare il bene dal male.

Dopo Orontea, La Dori è fra le opere di Cesti che ottennero maggior popolarità: fu rappresentata durante l’ultimo anno di attività del compositore alla corte dell’arciduca Ferdinando Carlo del Tirolo. Cesti, infatti, entrato nell’ordine dei minori conventuali all’età di quattordici anni non per vocazione, ma per meglio dedicarsi alla musica, ottenne dall’ordine una licenza quinquennale per lavorare nella cappella di corte dell’arciduca austriaco. Non si hanno notizie circa questo allestimento (resta solo la pubblicazione di uno scenario in tedesco), tanto che per lungo tempo si è pensato che la prima rappresentazione fosse stata quella fiorentina (1661) in cui cantò forse lo stesso Cesti. La sua scrittura non si discosta di molto da quella di Orontea (semmai deve fare i conti con un libretto meno spigliato e forse più prolisso); spicca tuttavia per ben tre recitativi accompagnati (particolarmente quello dell’ombra di Parisatide, madre defunta di Oronte che rinsalda i principi del figlio confuso), elemento certo non frequente all’epoca, soprattutto nell’economia di una scrittura che in genere limitava l’intero accompagnamento strumentale (che in Dori non va oltre la doppia parte dei violini) alla sola linea del basso continuo. Come al solito spiritosissime le ariette e di taglio squisitamente tonale le arie e i duetti tra cui si segnala quello assai fiorito del primo atto tra Arsinoe e Tolomeo/Celinda Se perfido amore.

L’edizione 2019 dell’Innsbrucker Festwochen der Alte Musik, come dal programma annunciato a suo tempo dal sovrintendente Alessandro De Marchi e da Eva-Maria Sens, direttrice operativa, ha presentato tre opere liriche in cartellone nella quarantatreesima stagione del festival: la prima è stata la Merope di Riccardo Broschi, fratello di Carlo, il cantante notissimo come Farinelli, su libretto di Apostolo Zeno, il secondo titolo è stato Ottone, Re di Germania di Händel, e il terzo, La Dori, ovvero Lo schiavo reggio (la variante è attestata), considerata uno dei maggiori successi del XVII secolo, è stata allestita nel 350° anniversario della scomparsa del compositore aretino. Si è svolta così la prima esecuzione completa in tempi moderni di quest’opera che in effetti è una tumultuosa tragicommedia. La direzione di Ottavio Dantone, specialista del repertorio barocco, sul podio della sua Accademia Bizantina ha celebrato degnamente la ripresa dell’opera cestiana e la seconda recita cui ho assistito è stata brillante sotto ogni aspetto, non solo per la squisita condotta del direttore che ha strumentato l’esile partitura originale con innumerevoli colori e reso vario e denso il basso continuo con diversi strumenti, tiorba, arciliuto, clavicembalo, arpa e organo, ma anche per la presenza di specialisti del canto barocco dotati di ottimo profilo scenico e più che ben preparati dalla regia di Stefano Vizioli che ha lavorato profondamente sull’intricato testo facendo emergere con chiarezza e bellezza i molteplici topoi e tipi teatrali ivi contenuti: la commedia dell’arte, gli equivoci, le agnizioni, il patetismo, gli affetti, i travestimenti, le caricature, il grottesco, la vecchia lussuriosa, il servo bieco, il servo fedele, gli amorosi costanti, il sauvetage ancora in nuce, gli scambi, le peripezie rocambolesche, il finale lieto e si potrebbe continuare, tanto le situazioni del testo erano valorizzate dalla regia in ogni dettaglio anche grazie alla scenografia di Emanuele Sinisi e ai costumi di Annamaria Heinreich i quali hanno rappresentato l’azione in un mondo seicentesco di significativa profondità con il contrasto tra la ricchezza dei costumi dalle splendide variegate stoffe e la nudità della landa mesopotamica su cui la sorte getta i suoi dadi; la perfetta funzionalità della scena – allusiva a quelle di epoca barocca- veniva adempiuta anche con quinte girevoli per i cambi di scena; suggestivi anche i ritrovati scenici come quello della apparizione del fantasma di Parisatide attraverso un sipario su cui si proiettava in colore verde l’ombra del personaggio. E questo anche grazie alle luci di Ralph Kopp. I cantanti hanno onorato l’esecuzione dell’opera in modo perfetto (è stata fatta la registrazione per la pubblicazione del CD) e brillante, come si richiede ad attori cantanti e a specialisti del difficile repertorio; tra di essi si apprezzano le vocalità del contralto Francesca Ascioti (Dori e Ombra di Parisatide), la quale, in un ruolo dalla tessitura molto grave, ha dimostrato ampiezza di suono e un timbro fascinoso giocato con morbidezza e flessibilità belcantistiche, quella del controtenore Rupert Enticknap (Oronte) con bella uguaglianza di registri e  vellutata discesa nei gravi senza andare di petto, la straordinaria presenza scenico-vocale del tenore Alberto Allegrezza (Dirce), la pienezza di timbro del tenore Bradley Smith (Arsete) ancora leggermente indietro nella pronuncia italiana, quella del soprano Francesca Lombardi Mazzulli (Arsinoe) dallo splendido colore timbrico in ottimo affiatamento con quello del soprano Emoke Barath (Tolomeo/Celinda), quello del controtenore acuto Konstantin Derri (Bagoa) dal profilo scenico vocale ben giocato su un’ottima pronuncia italiana, quello del basso Rocco Cavalluzzi (Golo), oltremodo eloquente nella condotta del personaggio comico, quella del basso Federico Sacchi (Artaserse) le cui ben spese qualità timbriche sono emerse come quelle del bassbariton Pietro di Bianco (Erasto). Una produzione di altissimo livello sotto ogni aspetto che speriamo di rivedere presto anche in Italia con lo stesso bel successo riscosso nella serata di lunedì 26 agosto. 

Francesca Ascioti

Pietro Antonio Cesti – La Dori

August 24, 26/ 2019 Tiroler Landestheater, INNSBRUCK

CAST

  • Dori Francesca Ascioti
  • OronteRupert Enticknap 
  • Artaserse – Federico Sacchi 
  • Arsinoe – Francesca Lombardi Mazzulli
  • Tolomeo/CelindaEmoke Barath
  • Arsete – Bradley Smith
  • Erasto – Pietro di Bianco
  • Dirce – Alberto Allegrezza 
  • Golo – Rocco Cavalluzzi
  • Bagoa – Konstantin Derri
  • Ombra di Parisatide – Francesca Ascioti

OTTAVIO DANTONE – clavicembalo e direzione

ACCADEMIA BIZANTINA

  • Alessandro Tampieri – concertmaster
  • Maria Grokhotova, Heriberto Delgado – violins I 
  • Ana Liz Ojeda, Mauro Massa, Yayoi Masuda – violins II
  • Emmanuel Jacques, Paolo Ballanti – cellos
  • Nicola Dal Maso – double bass
  • Marco Scorticati – flute
  • Gregorio Carraro – flute, transverse flute
  • Tiziano Bagnati – archlute, baroque guitar
  • Michele Pasotti – theorb
  • Margret Koll – harp
  • Cristiano Contadin – leg viol
  • Stefano Demicheli – harpsichord

REGIA – Stefano Vizioli

SCENOGRAFIA – Emanuele Sinisi

COSTUMI – Annamaria Heinreich DISEGNO LUCI – Ralph Kopp

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