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La Divina Maratona, diario di una giornata all’insegna di Dante e Benigni

Tra Apiro e Jesi Convegno Internazionale di Studi “Letture dell'Inferno di Roberto Benigni”. L’attore toscano incontra la stampa, rispondendo alle domande della nostra inviata, poi convegno e recitazione nei teatri delle due città.

Foto di Gloria Branchesi (per gentile concessione)


di Roberta Rocchetti

Lo splendore abbacinante della campagna marchigiana d’autunno ha ospitato sabato 6 ottobre ad Apiro e domenica 7 ottobre a Jesi il Convegno Internazionale di Studi “Letture dell’Inferno di Roberto Benigni”.  Organizzato dai rispettivi comuni in collaborazione con gli assessorati alla cultura ed in collaborazione con la Fondazione Pergolesi Spontini, questi convegni seguono quelli già tenutosi nel 2015. Abbiamo partecipato alla prima delle due serate che è iniziata con la conferenza stampa del premio Oscar nella sala consigliare del Comune di Apiro alla quale erano presenti, oltre all’attesissimo attore toscano, Ubaldo Scuppa sindaco di Apiro, Massimo Bocci sindaco di Jesi, Lucia Chiatti amministratore delegato della Fondazione Pergolesi Spontini, nonché Franco Musarra professore emerito di Letteratura Italiana presso l’Università Cattolica di Lovanio e deus ex machina dell’iniziativa. Dopo aver illustrato motivazioni e tematiche legate all’evento si è passati alle domande a Benigni, del quale ogni risposta, ogni frase contiene oltre all’entusiasmo contagioso verso ogni forma di bellezza, anche una piccola illuminazione, come quando asserisce che Dante è grande perché ci fa sentire grandi, perché fa risaltare e brillare di genio le radici della nostra civiltà. Abbiamo chiesto a Benigni quale sia la sua percezione delle condizioni della cultura e dello spettacolo attualmente in Italia e ci ha risposto che è fiducioso ed ottimista. In ogni tempo, dice, fin dai tempi di Leopardi, ed anche prima, ci si rammaricava dei bei tempi andati e del disfacimento del tessuto culturale, in realtà, dice Benigni, questo paese e questo popolo possiedono basi culturali di una tale bellezza e solidità che ci consentiranno sempre di rinascere, di rinnovarci e di non affondare perché sono cose che fanno parte del nostro tessuto connettivo, del nostro quotidiano e ci donano doti di creatività da applicare ad ogni aspetto della vita. Quello che ci serve attualmente è solo una maggiore predisposizione al cambiamento, alla luce del velocissimo progresso tecnologico che porta con sé per forza di cose un mutamento nelle forme e nei gusti. Benigni dice poi di avere come sogno nel cassetto un progetto televisivo ancora molto embrionale che possa accomunare il concetto di Europa e quello di amore, sfida difficile e lo sa, ma siamo certi che come sempre ne ricaverà qualcosa di unico.
Nel pomeriggio dalla sala consigliare ci siamo spostati nel bellissimo Teatro Mestica, uno dei tanti innumerevoli gioielli delle Marche all’interno delle quali ogni più piccolo agglomerato urbano ha un suo teatro, una piccola gemma preziosa che i comuni più lungimiranti hanno saputo conservare e in alcuni casi far rinascere.
Qui ha avuto avvio il convegno che dopo i ringraziamenti di prammatica da parte delle autorità è partito, sotto la guida del moderatore Pasquale Guaragnella, con l’intervento del primo relatore, il Professor Pietro Cataldi dell’Università per Stranieri di Siena, il quale illustrando il canto I ha messo in luce le differenze tra l’esposizione accademica e la divulgazione operata da Benigni ed è tornato sull’importanza di studiare la Commedia perché essa ci ricorda su quali basi appoggi la nostra civiltà ed anche perché lo smarrimento che Dante prova “nel mezzo del cammin” della sua vita è lo smarrimento dell’uomo di oggi il quale necessita di potersi rivolgere ad un aiuto “altro da sé” quindi l’indispensabile ricorso alla spiritualità che lo alleggerisca  dal peso buttatogli addosso da alcune filosofie recenti che vogliono convincerlo che “tutto è possibile, basta volerlo”, di fatto facendogli portare il peso anche dei fallimenti contro i quali nulla può e che in tempi precedenti venivano con molta più praticità esistenziale addebitati al fato o al volere degli dei, pur senza sottovalutare l’importanza del libero arbitrio. Accettare dunque l’umana fragilità rende paradossalmente la nostra vita più leggera e Dante ci insegna anche questo.
Il secondo relatore è stato Peter Kuon dell’Università di Salisburgo il quale illustrando il Canto III e tornando sulle differenze tra insegnamento accademico e lettura di Benigni sottolinea  come la Commedia sia una “musica fatta di parole” come Dante abbia voluto ammantare la sua opera anche di bellezza metrica e per questo Benigni dandole voce sul palcoscenico riesca a renderla teatro puro, rimarcando il suo fascino oltre che il suo valore e trasportandoci in un mondo sovrannaturale che a differenza dell’esegesi critica che mantiene un razionale distacco ci porta a voler credere che esista un mondo in dimensioni che ci sono in questa vita precluse, Dante ha quindi il merito inestimabile di mantenere in noi accesa la fiammella della spiritualità senza la quale l’uomo è nulla. Inoltre dice Kuon, Benigni fa emergere l’ironia che dante cela tra i suoi versi e che forse (aggiungiamo noi) è perfettamente captabile solo da un conterraneo che sa dove andarla a cercare.
L’intervento di Kuon si conclude con l’analisi del girone degli ignavi e lo studioso evidenzia, citando La banalità del male di Hannah Arendt come chi non prende posizione e non si espone sia, oggi come ai tempi di Dante, altrettanto colpevole di chi il male lo compie in maniera esplicita.
Franziska Meier terza relatrice proveniente dall’Università di Gottingen ha messo in campo il Canto VII ponendo la sua attenzione sugli accidiosi, che collega agli ignavi nella loro tendenza alla non partecipazione che li condanna ad un rimpianto pieno di vuoto, pieno della colpa per ciò che non si è fatto. Sviluppando poi l’analisi del girone degli avari e dei prodighi la studiosa mette in luce come ancora oggi trovare un equilibrio tra i due estremi sia opera difficile. Conclude poi il suo intervento con un’esposizione atta ad evidenziare l’alternanza tra “lingua dolce” e “lingua aspra” usate da Dante, anche questa potremmo dire peculiarità di una dualità toscana fatta di tagliente sarcasmo e poesia.
A seguire abbiamo potuto ascoltare il quarto relatore Andrea Robiglio dell’Università Cattolica di Leuven che illustrando il Canto X ha posto l’interessante questione del “Dante filosofo”, cioè come il cammino fatto dal poeta attraverso i tre livelli dell’aldilà possa essere di guida all’uomo moderno come Virgilio è stato una guida per Dante nei meandri del suo smarrimento. Robiglio evidenzia lo sforzo di Dante di far incontrare filosofia aristotelica e filosofia cristiana in termini di umiltà e magnanimità, in maniera tale appunto da essere un’opera nella quale l’uomo di oggi possa ritrovare le sue paure, i suoi incubi, i suoi dubbi esistenziali e spirituali, ma anche un percorso che lo faccia uscire da questi sentieri più forte e finalmente in grado di godere della luce che è fatta anche di ombre attraversate.
Giulia Fasano, quinta relatrice proveniente dall’Università di Salamanca ci parla attraverso la descrizione del Canto XV, del viaggio del poeta nel girone dei sodomiti e del suo incontro con l’amato maestro Brunetto Latini e torna ad evidenziare come nella Commedia i versi siano musica fatta con le parole, come il suono anche onomatopeico sia destinato non solo a descrivere ma anche a suscitare emozioni, sensazioni quasi sinestesiche, per concludere con il mettere in luce il preziosissimo messaggio di Dante che ci insegna che la cultura sia uno strumento del bene comune, qualcosa che a tutti appartiene e che da tutti debba essere salvaguardata perché è elemento di unione e pace, virtù che possono esistere solo laddove si trovi anche bellezza.
Daragh O’Connell dell’ University College of Cork sesta relatrice ci porta nel mondo delle Malebolge che troviamo nel Canto XVIII, evidenziando la superba creazione del poeta di un luogo infernale di pene eterne e pone l’attenzione sulle due doti principali della poesia dantesca, cioè “bellezza e bontade” rendendo manifesto come essa abbia una duplice azione virtuosa e benefica, la prima attraverso la forma e cioè appunto la bellezza dei versi che armonizzano il nostro rapporto con l’esistenza, la seconda attraverso la sostanza e cioè l’utilità di ciò che quei versi ci suggeriscono nel loro valore di guida. Ancora una volta quindi sottolineando come solo la bellezza e l’imparare a rapportarsi ad essa ci porti fuori dall’inferno esistenziale nel quale a volte l’uomo cade.
La settima e penultima relatrice è stata Corinna Salvadori Lonergan del Trinity College di Dublino, la quale ha con grande passione illustrato il Canto XXXIII relativo al Conte Ugolino e mostrando le similitudini e i parallelismi tra Ugolino e Dante, padri addolorati e dolorosi e alcuni capolavori della letteratura irlandese che a questo passo della Commedia si sono ispirati dovendo dare voce ai periodi più drammatici della storia dell’isola di smeraldo, legati a guerre e fame implacabile.
Il convegno si è concluso con l’intervento di Carlo Ossola del Collège de France di Parigi, il quale ha sviluppato il suo intervento sul tema “Benigna mente presente” alludendo ovviamente ad un passo dell’opera dantesca e alla presenza dell’illustre ospite. Dopo aver analizzato alcune interpretazioni che da Dante prendono ispirazione relative alla letteratura francese, in particolare Baudelaire, entra nel vivo della sua esegesi cercando di dimostrare come la frase contenuta nel Canto V “Amor che nullo amato amar perdona” indichi l’impossibilità dell’amore di non essere ricambiato quando viene sinceramente donato. Il valore assoluto del bene come forza della natura che cura e redime forte della sua “benignità”, a cui l’uomo aspira per tutto il corso della sua vita terrena come nostalgia del soffio divino dal quale la sua vita ha avuto origine.
La straordinaria giornata si è quindi conclusa con l’attesissimo Canto VIII prima spiegato e poi recitato da Roberto Benigni, il canto di Filippo Argenti, bullo medievale bersaglio della vendetta letteraria dantesca, che Benigni interpreta con la genialità teatrale che gli è propria rendendo Dante vivo, attuale, attraente, umano, divino.
Segue standing ovation, applausi scroscianti e pubblico decisamente felice.

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