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“La cambiale di matrimonio” al Rossini Opera Festival, un gran successo

Fotografie © Studio Amati Bacciardi


di Andrea Zepponi

Ottima messa in scena della prima opera buffa rossiniana, La cambiale di matrimonio, presentata al Teatro Rossini per il ROF 2020. Di qualità il cast, Carlo Lepore su tutti.

Alle difficoltà del mondo si risponde con l’arte. Di fronte a un anno segnato dai sacrifici imposti dall’emergenza pandemica, il Rossini Opera Festival, affiancato dalla Fondazione Rossini, prosegue il proprio cammino nella restituzione delle opere del Maestro e la sua attività si configura nell’anno in corso, che segna tra l’altro, dopo il quarantennale dal suo esordio nel 1980, una ripartenza, un riavvio. Certo, non sembra ieri. Da quando il sipario del Teatro Rossini si è alzato su quella Gazza ladra con il Giannetto di Bruce Brewer, l’unico tenore contraltino in grado di sostenere il ruolo grazie alla continuità della tecnica belcantistica ancora superstite in America, sul suo palcoscenico sono passati i migliori artisti. Dall’alto di questi suoi quarant’anni più uno il ROF può contemplare i suoi successi, i suoi trionfi, la sua continuità nella storia interpretativa del repertorio lirico nel recupero del belcanto.

Oggi, nella contingenza attuale, presentare la prima opera buffa rossiniana, La cambiale di matrimonio (1810) ha il valore di una ricapitolazione, un rilancio delle acquisizioni del lavoro filologico e della loro disponibilità nel patrimonio bibliotecario comune di cui proprio l’attuale necessaria chiusura fisica degli archivi ha evidenziato le carenze nel processo sistematico di digitalizzazione da parte di molte istituzioni italiane. L’edizione critica della Cambiale di matrimonio non può basarsi sull’autografo, che sembra perduto, ma sulle fonti superstiti di copie che tramandano lezioni diverse e richiedono la comparazione attenta della musicologia cui non deve sfuggire l’appello al contesto in cui Rossini fece il suo debutto nel genere buffo. Il saggio di Eleonora di Cintio nel programma di sala dimostra la plausibilità di alcune varianti nella ricostruzione del testo originale della prima esecuzione come per esempio nel duetto Tornami a dir che m’ami che presenta due versi in più del libretto corrente di Gaetano Rossi e dal punto di vista musicale una simmetria maggiore. Questa edizione della prima farsa rossiniana, andata in scena per la prima volta al Teatro San Moisè di Venezia grazie all’intercessione della cantante senigalliese Rosa Morandi, prima interprete di Fannì, ha tutta la consapevolezza della importanza di una edizione critica dell’opera che metta in luce la genesi delle strutture musicali nel diciottenne Rossini. Tolte le convenzioni teatrali del libretto, talvolta farraginose, la sua prima esperienza operistica è ben più di un’anticipazione del genio che verrà: i temi della sinfonia e tanti motivi del canto hanno già l’inconfondibile impronta ritmica e melodica che farà la fortuna della musica rossiniana nel mondo occidentale.

La cambiale di matrimonio al Teatro Rossini di Pesaro seguita in anteprima pomeridiana il 6 agosto ha rievocato la bellezza e la pertinenza della messa in scena del primo ROF quando il rispetto per il testo e lo spirito dell’opera convergevano in un qualcosa di più che si chiamava genio. La regia di Laurence Dale è priva dell’attuale e purtroppo consueto assalto drammaturgico al tessuto testuale del libretto e riproduce in chiarezza e bellezza il dettato originario senza stravolgere la logica della trama, rispettando le figure degli interpreti e permettendo allo spettatore di seguire la musica rossiniana dove è racchiuso il vero fulcro delle dinamiche sceniche. Secondo questa linea le scene e i costumi dalle stoffe meravigliose di Gary Mccann hanno espresso cromaticamente, nella varietà dell’arredamento scenico e dei disegni sartoriali quanto più fedeli all’ambientazione inglese di primo ‘800 la vivacità della farsa d’un solo atto, che era genere alla moda e aveva importato ritmi e lazzi della popolarissima pièce analoga di ispirazione francese con intrighi ed equivoci basati su una facile vena comica avente per sfondo una delicata vicenda sentimentale. Sulla scorta di quanto scriveva il letterato Giovanni Piazza nel 1808, che nella farsa è permesso di tutto, la regia ha deciso di inserire un buffonesco orso al seguito del canadese Slook che ripropone l’esotismo in chiave illuministica dello straniero apparentemente selvaggio che alla fine rivela invece la sua civiltà e il suo buon cuore. Lo stesso orso, che al suo apparire mette in subbuglio la casa di un Tobia Mill così costumato da permettere lo scambio di sua figlia Fannì con il valore di una cambiale stipulata con il canadese, poi si mette con il cappello da chef ai fornelli per approntare la torta nuziale. Analogia pertinentissima con il genere farsesco e con il contenuto della trama. Niente a che vedere con l’orsacchiottone ciclopicamente assurdo dell’assurda scenografia della Semiramide dell’anno scorso. Le dinamiche registiche hanno mosso gli interpreti nel rispetto delle doverose prossemiche anticovid con trovate preziose, costruttive e divertenti. Dal punto di vista vocale il cast era abbastanza omogeneo, ma la superiorità di Carlo Lepore nel ruolo di Mill risultava evidente: padrone del gesto teatrale e della vocalità di buffo caricato, ha tenuto banco dal primo ingresso, la cavatina Chi mai trova il dritto, il fondo, a Porterò così il cappello, momenti gestiti con tutta la potenza vocale affinata da una sovrana esperienza; peraltro deliziosi tutti gli interpreti a partire dall’avvenente Giuliana Gianfaldoni in Fannì che da soprano di coloratura ha condotto il personaggio con vivacità e purezza di emissione: la bellezza timbrica è stata la cifra prevalente anche nell’aria Vorrei spiegarvi il giubilo che anticipa in senso tematico il duetto Rosina-Figaro del Barbiere di Siviglia; profilo vocale e scenico notevole anche per la Clarina di Martiniana Antonie con la sua dizione perfetta nell’aria Anch’io son giovine; azzeccato lo Slook del basse-baritone Iurii Samoilov dall’ottima grana timbrica, acrobatico nel gesto e nella vocalità, lo sarebbe maggiormente se riuscisse ad avere una postura più eretta del capo: nell’aria di sortita Prima il padron di casa ha convinto per la buona pronuncia italiana e l’ampiezza vocale; il mezzo carattere di Davide Giusti nel ruolo tenorile di Edoardo Milfort meno persuasivo dal punto di vista vocale per il timbro un po’ offuscato – può non essere difetto ma carattere se ben portato – il che non gli ha impedito di far emergere il fraseggio e l’equilibrio dinamico con gli altri interpreti; vivace e definito il Norton del baritono Pablo Gálvez, ha tenuto alto il livello qualitativo consueto del ROF negli interpreti dei personaggi di fila. Il M° Dmitry Korchak sul podio dell’Orchestra Sinfonica G. Rossini, già apprezzato tenore in diverse edizioni del festival rossiniano, ha soddisfatto tutte le attese di trasparenza timbrica strumentale e nella levità di una tempistica ben calibrata sulla sintassi del diverso carattere dei singoli numeri dell’opera. La cantata Giovanna d’Arco in programma non è stata eseguita per indisposizione di Marianna Pizzolato. Grandi applausi e numerose chiamate alla ribalta degli artisti alla fine dello spettacolo.

La cambiale di matrimonio

Farsa comica in un atto di Gaetano Rossi – Edizioni Casa Ricordi

  • Musica di Gioachino Rossini
  • Direttore Dmitry Korchak
  • Regia Laurence Dale 
  • Scene e costumi Gary Mccann

Interpreti

  • Tobia Mill Carlo Lepore
  • Fannì Giuliana Gianfaldoni
  • Edoardo Milfort Davide Giusti
  • Slook Iurii Samoilov
  • Norton Pablo Gálvez
  • Clarina Martiniana Antonie 
  • Orchestra Sinfonica G. Rossini 

Nuova coproduzione con Royal Opera House Muscat

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