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Intervista al compositore e pianista Stefano Rachini


a cura della Redazione

Abbiamo presentato giorni fa WHERE THE SPIRIT, il nuovo disco del talentuoso pianista e compositore Stefano Rachini. L’abbiamo intervistato per voi e vi mostriamo il videoclip della prima traccia ANOTHER ROAD TO TAKE.

D. Stefano Rachini, compositore e pianista. Ci parli di come è nato il tuo amore per la musica e in particolare per il pianoforte?

R. Fin da piccolissimo ricordo la musica che mia madre ascoltava ed io di conseguenza. I Beatles per primi, musica degli anni sessanta e musica classica. Ho cominciato lo studio del piano all’età di 6 anni con un’insegnante americana che non badava ai fronzoli, niente solfeggio ma solo lavoro sulla tastiera e sull’orecchio. Con la musica ci faceva giocare. Insomma, con la musica ci sono cresciuto, ha sempre avuto un ruolo importante nella mia vita, anche se non sempre attivo.

D. “Where the spirit” è il tuo nuovo disco, già disponibile in digitale e in streaming (ne abbiamo già parlato su questo magazine: http://www.musiculturaonline.it/where-the-spirit-il-nuovo-disco-del-pianista-e-compositore-stefano-rachini/). Dieci brani strumentali per pianoforte, archi e orchestra interamente composto e suonato da te. Ce ne parli?

R. “Where the Spirit” è nato al ritorno da un mio viaggio in solitaria in Nuova Zelanda, dove ho sentito tutto fluire, un profondo stato di connessione interiore. Ho voluto con questi dieci brani raccontare un percorso, le emozioni del viaggio, il rapporto con lo sconoscuito, con il lato metafisico dell’esistenza. L’album ruota intorno al pezzo centrale Where the Spirit, un brano minimalista con il quale ho voluto incoraggiare l’ascolto in silenzio di una propria voce interiore. Lo Spirito comunque è presente anche nel viaggio, come in Another Road To Take (potete guardare il videoclip qui sotto n.d.r.) e in AT The End of the Road dove ho voluto rappresentare la ciclicità dell’esistenza, alla fine di un percorso ce n’è sempre un altro da intraprendere. L’album finisce con Lonely Soul, un pezzo improvvisato che per me è l’elogio melanconico della solitudine, quel luogo dove impariamo a conoscerci. Forse è il brano che mi rappresenta meglio.

D. Nel lavoro ha trovato spazio anche l’improvvisazione, a palesare la tua formazione Jazz. Quanto è importante per te l’improvvisazione e come si colloca all’interno di questo disco?

R. Tutto il lavoro è una sorta di improvvisazione, è nato in un mese e metà dell’album è stata improvvisata in studio nei due giorni di sessione di registrazione. Ma anche le composizioni nascono da delle improvvisazioni. Il mio metodo è quello di registrare le mie improvvisazioni e poi rielaborare le migliori idee in forma compositiva, per rendere maggiormente fruibile l’ascolto. L’improvvisazione non dovrebbe essere solo appannaggio del Jazz. Nel disco si sente forse qualche influenza Jazz o di musica contemporanea ma per me improvvisazione non è solo un modo di suonare ma è anche e soprattutto un modo di intepretare la vita.

D. In questo periodo storico la figura del pianista classico, seppur contemporaneo, spesso non ha vita facile. Che pensiero hai in proposito? Credi che il tuo genere musicale debba essere maggiormente valorizzato? E se sì, in che modo?

R. Credo che l’accostamento tra musica ed immagini sia un sodalizio ancora molto forte per la trasmissione di emozioni, per cui il canale cinematografico può continuare ad essere il veicolo di promozione anche della musica in forma di colonna sonora. Auspico comunque che la gente arrivi a saturazione con questi stili di vita frenetici e torni ad un contatto interiore e con la natura e vedo nella musica classica contmporanea ancora un elemento che potrebbe arricchire questo tipo di percorso.

D. Quali pianisti classici sono per te di maggior ispirazione? E tra i musicisti del presente e di altri generi?

R. Nell’ambito della musica classica ho le mie preferenze per la musica sinfonica: Beethoven, Mahler, Rachmaninoff, per dire alcuni. Dal punto di vista del mio strumento, il pianoforte, sono molto più attento al Jazz e come pianisti la finezza di Bill Evans, l’energia ed allegria di Michel Camilo, la versatilità e le capacità innovative di Herbie Hancock. Anche se devo dire che la mia musica forse è più influenzata da Ludovico Einaudi e Keith Jarrett. Grazie e in bocca al lupo per la tua attività.

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