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Grande “Rigoletto” al Macerata Opera Festival


di Roberta Rocchetti

Per il Macerata Opera Festival 2019, nella splendida cornice dello Sferisterio, nell’edizione intitolata “Rosso Desiderio”, una messa in scena di “Rigoletto” da applausi senza riserve.

Foto Zangoni

Macerata – Il rosso può essere un colore anche molto cupo, ed è di certo di una tonalità di questo tipo che si è tinta la prima del Rigoletto andata in scena allo Sferisterio di Macerata il 21 luglio, all’interno della rassegna “Rosso Desiderio”.


Sovrastato da una maschera che raffigura un soggetto carnascialesco all’interno di un luna park fatiscente e dalla cui bocca vengono vomitati fuori o fagocitati i vari personaggi, lo scenografo Andrea Belli lascia il palcoscenico quasi spoglio, la maschera ha il volto ci sembra di un’agonia, l’agonia della vita del protagonista che parte male e finisce peggio, che non riesce a proteggere sua figlia come vorrebbe dai mali del mondo, ma anzi ne causa la morte. La decadenza del luna park aggiunge una sensazione d’inesorabile disfacimento, di presagio.
All’interno di questo già segnato destino si muove il personaggio principale come un pesce rosso nella sua boccia di vetro, in cerchio, senza scampo, con un destino già segnato dalla maledizione e sarà rievocando quella che lancerà il suo ultimo disperato grido sul corpo esanime della figlia Gilda. 
Si può assistere a quest’opera mille volte ma ogni volta non si può fare a meno di ammirare il meccanismo drammaturgico perfetto creato da Verdi e Piave, e una musica che il grande compositore, quasi alla fine della sua vita, dichiarò essere l’unica che avrebbe voluto si salvasse con certezza da un ipotetico incendio, ma grazie ai numi (direbbe un qualunque librettista) è stato salvato anche tutto il resto e quell’incendio non c’è mai stato.


La regia di Federico Grazzini è ben strutturata, in un palcoscenico molto ampio si è riusciti a costruire un mondo intimista, incombente e claustrofobico senza inutili dispersioni, con movimenti essenziali ma efficaci anche e soprattutto quelli del coro, i costumi di Valeria Donata Bettella hanno saputo evidenziare con un simbolismo chiaro e lucido i ruoli dei personaggi, il loro compito negli ingranaggi del destino.
L’essenzialità dell’allestimento si è avvalsa delle luci di Alessandro Verazzi per sottolineare con efficacia i passaggi drammatici.
Veniamo ora al versante musicale partendo dalla direzione di Giampaolo Bisanti, elegante, intimo, ha reso l’ottima Orchestra Filarmonica Marchigiana una tela sulla quale le voci hanno potuto dipingere le loro peculiarità, ha donato loro un tappeto di note strumentali dove appoggiare le parole e le note vocali, compito non facile soprattutto parlando di Verdi, questo senza  mancare di incidere con dinamiche espressive laddove il dramma lo richiede e pur volendo donare una visione crepuscolare ha concesso alle voci di esprimersi con puntature e dimostrazioni di potenza senza timori di sorta, l’eleganza era palese dunque non c’era bisogno di ostentarla.
Enea Scala tenore ragusano nel ruolo del Duca di Mantova ha colpito nel segno con una voce piena, virile ma dotata di squillo, modulata ed espressiva, che sale verso gli acuti con fluidità e tenuta di fiato ma conservando corpo e potenza anche nei centri, pur nell’esibizione all’aperto di un teatro enorme, il tutto dimostrando senso drammaturgico ed agilità sul palcoscenico, un duca davvero giovane, davvero spavaldo, davvero cinico.
Piacevolissima sorpresa è stata anche la Gilda di Claudia Pavone, sostenuta da una tecnica di ferro perfettamente padroneggiata e da una dote naturale che le dona un bellissimo timbro vellutato e un volume di tutto rispetto ha delineato una Gilda mai piatta o noiosa, ci sono le agilità, il fraseggio e c’è la potenza drammatica, ha espresso i diversi stati d’animo e i turbamenti della povera figlia di Rigoletto in maniera convincente e realistica, dalle ingenuità adolescenziali del “Caro nome”, alla delusione che ha saputo trasmettere in maniera convincente e per questo dolorosa, alla pace inquietante della morte quando questa regia la fa apparire già rassegnato spettro al cospetto di suo padre nel finale.
Eravamo curiosi di ascoltare Amartuvshin Enkhbat su questo palcoscenico nel ruolo del titolo, il giovane baritono proveniente dalla Mongolia non ci ha deluso rivelandosi senz’altro per quello che ci riguarda il nuovo Rigoletto di riferimento, voce profonda, piena e senza cedimenti, mai un momento di calo o di stanchezza, forza e tecnica, Enkhbat gestisce il suo inesauribile dono che sgorga come un torrente in piena con la dimostrazione di uno studio profondo che gli dona un fraseggio perfetto e una dizione impeccabile senza mai perdere di vista la misura espressiva, senza mai emettere suoni fissi e piatti.
Buonissimi anche il tonante Sparafucile di Simon Orfila, e la conturbante Maddalena di Martina Belli, dotata di una presenza scenica notevole ha disegnato una seduttrice credibile, accattivante e spregiudicata ma mai volgare nella gestualità.
Il resto del cast era composto da Alessandra Della Croce (Giovanna) Seung-Gi Jung (Conte di Monterone) Matteo Ferrara (Marullo), Vasyl Solodkyy (Matteo Borsa) Cesare Kwon e Anastasia Pirogova (Conte e Contessa di Ceprano) Gianni Paci (Usciere di corte) Raffaella Palumbo (Paggio della Duchessa) che insieme al Coro Lirico Marchigiano “Vincenzo Bellini” guidato da Martino Faggiani e Massimo Fiocchi Malaspina e alla Banda “ Salvadei” hanno dimostrato che le operazioni riuscite divengono tali con la cura estrema di ciò che sembra meno in primo piano, con l’attenzione ai particolari e ai comprimari.


Questa messa in scena ha inoltre reso palese con estrema chiarezza ancora una volta quanto siano oziose ed inutili le chiacchiere e le lamentazioni che ripetono senza requie che “non ci sono più le voci di una volta”, alimentate da chi evidentemente a teatro non va o non va abbastanza. Possiamo dire che le voci ci sono eccome, alcune volte anche migliori di quelle “di una volta” e nel complesso l’evoluzione del teatro, degli allestimenti, i naturali cambiamenti legati al trascorrere del tempo e delle epoche  hanno portato a mettere in scena personaggi attuali, con i quali si riesce ad entrare in empatia, ad identificarsi, credibili sul piano recitativo e quindi capaci di coinvolgere lo spettatore che infatti nella serata in questione è stato coinvolto decretando diversi applausi a scena aperta e un lungo e riconoscente applauso finale per tutti gli interpreti, molto sentito anche l’apprezzamento per la direzione d’orchestra.

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