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Grande “Aida” tra tradizione e modernità allo Sferisterio

Fotografie di Alfredo Tabocchini


di Marco Ranaldi

Macerata (30.07.2017). Con Aida, Verdi apre le porte a quell’idea di teatro totale che il suo collega germanico Wagner aveva da tempo già creato. L’opera quindi come globalità, come un tutt’uno fra scena, canto, musica, verso e altro ancora. È quello che più di Wagner e più di Verdi farà Puccini e in questo il segno dei tempi ancora oggi lo dimostra. Quando un regista come Francesco Micheli mette quindi le sue mani su un’opera come l’Aida lo fa da vincitore, anzi, come ci suggerisce un verso dell’opera stessa parte e “torna vincitor”. Micheli quindi va alla radice dell’iconografia, gioca tutto il suo potenziale colto sull’idea di segno, di idioma quasi da trasmettere in trasparenza al numeroso pubblico dello Sferisterio di Macerata. Il gioco è tutto lì nel mostrare, nel non aver paura di narrare Aida come un’opera del futuro, come l’avrebbero fatta gli americani, quelli però di Broadway. Certo non un musical, anche se gli elementi per la maestosa eleganza del musical classico ci sono tutti, ma una sorta di grand’ opera poco francese e molto italiano. Ed il senso è proprio lì in una scena emblematica come quella di dividere lo schermo in più parti, far girare i protagonisti nel proprio segmento e farli scendere come sarebbe avanzata Mina in Studio Uno sul mitico fondale bianco. È questo il colpo di genio, tradurre in un linguaggio classicissimo e rituale come quello della lirica, ciò che il teatro di rivista italiano è stato capace di produrre nella più grande evoluzione di Antonello Falqui. E allora Micheli si diverte e ci diverte, fa del sacro il vero profano e narra con grande fedeltà al testo l’azione di Ghislanzoni cercando però di attualizzarlo come meglio si può in un’arena estiva, quasi fosse un drive in. Micheli è figlio di quella generazione che di riflesso ha vissuto l’avvento dell’evoluzione italiana dello spettacolo leggero nato da quello classico. Pertanto immaginare tutta la scena in un pc aperto, illuminare d’immenso i coristi con gli schermi, portare luce su luce, caricare i protagonisti come personaggi di Stargate, ha reso l’Aida maceratese un vero, imperdibile e autentico spettacolo nel 2017. È tutto un movimento, tutta una tensione scenica che si risolve con grandissima pietà nel finale dei due amanti sepolti vivi. Poi come immaginare la famosa scena degli elefanti, odalische, ballerini e ballerine che entrano al suono di una pomposissima e divertentissima marcia se non come dei combattenti dell’esercito di Star Wars? George Lukas sarebbe felice di vedere come la sua visionarietà wagneriana sia penetrata in una visionarietà verdiana. Ma Francesco Micheli ha potuto tanto divertirsi e divertire perché ha trovato un direttore e concertatore come Riccardo Frizza che ha condiviso in pieno la sua idea di spettacolo. Pertanto ottima la parte musicale, la direzione raffinata, garbata, giusta di Frizza che ha condotto benissimo i suoi già di per sé bravi orchestrali della Marchigiana Regionale. Per non parlare dei solisti, tutti all’altezza del compito Cristiana Saitta, Anna Maria Chiuri, Liana Aleksanyana, Stefano La Colla, Giacomo Prestia, Stefano Meo. Che dire poi dei disegni di Francesca Ballarini vero capo d’opera di questa visionaria Aida, disegni sorretti dalle luci di Fabio Barrettin e dai costumi di Silvia Aymonino. Le coreografie azzeccatissime del corpo di ballo sono state curate da Monica Casadei che ha lavorato con la Compagnia Artemis Danza. Come sempre ottimo il coro lirico Bellini diretto da Carlo Morganti. Ed è quindi nel passato che si trovano le radici per costruire il futuro, partire da ciò che siamo stati per proiettarci verso quello che sarà non eludendo la passione dalla professionalità. Questo è Francesco Micheli.

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