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Gran bella messa in scena di “Turandot” al Pergolesi di Jesi

Foto Binci / Fondazione Pergolesi Spontini


di Roberta Rocchetti

Concentrato di eleganza e atmosfera squisitamente fiabesca la Turandot allestita al Teatro Pergolesi di Jesi per la regia di Pier Luigi Pizzi. Pienamente soddisfacente la parte vocale e strumentale.

Giacomo Puccini chiudeva gli occhi per sempre il 29 novembre 1924, per una strana coincidenza esattamente 95 anni prima di questa recita di Turandot, sua ultima opera messa in scena al Teatro Pergolesi di Jesi. Per di più Luigi Pizzi regista e creatore di scene e costumi, ha voluto che venisse rappresentata così come il compositore l’ha lasciata, incompiuta, per questo essere seduti tra il pubblico in questa sera particolare ha assunto un sapore peculiare, carico di emozione e presenze non tutte visibili.
La principessa Turandot vive sulla sommità di una gradinata rosso fuoco sovrastata da un portale scorrevole dal quale entra ed esce, a proteggere il portale una statua della dea Kali, come lei crudele e sanguinaria, manifestazione di ciò che arriva con violenza per cambiare irreversibilmente il corso degli eventi. Il principe Calaf la prima volta che la vede apparire non ne ravvisa il volto, ma solo il lungo velo rosso che la ricopre completamente, simbolo di sangue e passione, evidentemente si innamora del mistero sanguinario più che della donna, un mistero legato alla morte, che l’autore dell’opera da esso sempre attratto avrebbe sperimentato di lì a poco in tutta la sua terrificante o chissà, forse sublime realtà.
Da quel momento Calaf è vittima di una passione cieca, irrazionale, distruttiva, quasi una dipendenza, come se Turandot fosse la metafora e l’incarnazione di una droga.
La principessa di gelo appare a Calaf e ai sudditi successivamente in abito bianco, colore della purezza per gli occidentali e del lutto per gli orientali, colore dunque anche questo non casuale, nelle ieratiche scene di Pizzi la narrazione si svolge chiara e senza orpelli, dando alla trama improbabile come quella di tutte le fiabe la nobiltà della fiaba incarnata nella sua essenza, in serate come queste si sente profondamente lo scopo primigenio del teatro come luogo di creazione di una realtà parallela della quale l’uomo necessita molto più di quanto pensi.
Turandot non coglie il fascino di Calaf, lo rifiuta anche dopo che lui ha risolto i tre enigmi che lei gli pone e che hanno portato a perdere letteralmente la testa molti prima di lui, vuole continuare a vendicare l’ava “dolce e serena” Lou Ling, dalla quale sembra letteralmente posseduta, e più che sedotta dall’imperioso riversamento di ormoni del principe sembra essere convertita dalla capacità di Liù di amare, di concepire il suo ruolo nel mondo all’opposto del suo, di vivere in funzione degli altri e non di se stessa, aprendole possibilità che possono guarire la terra dove la sua anima sopravvive come una pianticella stentata ed emotivamente sterile per aver coltivato da sempre solo la monocoltura dell’odio.

Dal punto di vista vocale la messa in scena notoriamente irta di difficoltà ci ha pienamente soddisfatto, a partire dalla generosa Turandot di Tiziana Caruso, dalla voce piena e dal registro acuto fermo e potente, vero soprano drammatico che ha messo tutta se stessa nel dare corpo e soprattutto voce alla capricciosa protagonista, solenne e regale anche nella gestualità.
Calaf è stato impersonato da Francesco Pio Galasso a cui va il merito di aver ripulito il principe da smargiassate vocali volgari che da sempre ammorbano questo ruolo, soprattutto in funzione della supersfruttata aria nessun dorma, la quale invece è stata eseguita con tutte le mezzevoci e le modulazioni interpretative previste, pur senza rinunciare all’afflato di passione finale.
Maria Laura Iacobellis ha ricoperto il ruolo di Liù con grande passione, attenzione ai particolari e successo di pubblico, la sua voce soave e sospesa e gestita ottimamente ha commosso l’intera platea.
Un particolare apprezzamento va anche al Timur di Andrea Concetti, dal cui canto e dalla cui recitazione arriva tutta l’attenzione, la precisione e l’amore per la sua professione, nel finale (in questo caso) sul corpo esanime di Liù è riuscito a comunicare empaticamente la sofferenza di  un disperato addio.
Molto buono ed inedito anche l’imperatore Altoum di Cesare Catani, per una volta uomo vero in cui scorre vita vera, dotato di vocalità prorompente e calda.
Chiudiamo il cast con i tre mandarini abbigliati di giallo cinismo, Ping interpretato da Paolo Ingrasciotta, Pang era Ugo Tarquini e infine Pong impersonato da Vassily Solodkyy, in ottima sintonia i tre hanno saputo diventare armonia.
L’Orchestra Filarmonica Marchigiana diretta Pietro Rizzo ha offerto un supporto irrinunciabile nella riuscita di questo progetto, la ricercatezza del suono, la ripulitura da incrostazioni successive occorse in anni di cattive abitudini interpretative, la riabilitazione di suoni quasi dimenticati come quello della celesta, al cui primo apparire siamo rimasti quasi stupiti tanto disabituati ad una sua visibilità uditiva, hanno reso questa messa in scena un concentrato di eleganza e atmosfera squisitamente fiabesca, grazie anche al Coro Ventidio Basso di Ascoli Piceno.

Mentre la fiaba volgeva verso il suo naturale epilogo aumentava la percezione che Puccini avesse imboccato un sentiero impossibile da ricongiungere a quel lieto fine scritto da Adami e Simoni ed al quale infatti il compositore non arriverà mai. Tra le note sembra di sentirla la sua sofferenza nel comporre quest’opera, i tentativi di avvicinarsi e i successivi allontanamenti dalla strada tracciata dal testo, forse a causa della sua indole, forse a causa della sua condizione in quel momento.
Impossibile in questo 29 novembre, nell’ascoltare le ultime note di questa messa in scena, dopo il verso “ dormi, oblia, Liù, poesia” non pensare ad un Puccini che volgendoci le spalle se ne va per sempre all’alba di una nuova epoca, che come ha scritto Fernando Battaglia nel testo usato nel programma di sala,  rappresenta la fine di Liù, la fine di Puccini, la fine dell’opera.

Un numerosissimo e soddisfatto quanto emozionato pubblico ha tributato lunghi applausi all’intero cast.

JESI, TEATRO G.B. PERGOLESI

  • mercoledì 27 novembre 2019, ore 16 – anteprima giovani*
  • venerdì 29 novembre 2019, ore 20.30
  • domenica 1° dicembre 2019, ore 16

TURANDOT

dramma lirico in tre atti

  • Libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni
  • musica di Giacomo Puccini
  • Versione originale incompiuta
  • Editore Casa Ricordi, Milano

Personaggi e interpreti

  • La principessa Turandot Tiziana Caruso
  • L’imperatore Altoum Cesare Catani
  • Timur Andrea Concetti
  • Il principe ignoto (Calaf) Francesco Pio Galasso
  • Liù Maria Laura Iacobellis
  • Ping / Un mandarino Paolo Ingrasciotta
  • Pang Ugo Tarquini
  • Pong Vassily Solodkyy
  • Il principe di Persia Egidio Egidi
  • La tentazione Erika Rombaldoni
  • direttore Pietro Rizzo
  • regia, scene, costumi e luci Pier Luigi Pizzi
  • FORM – Orchestra Filarmonica Marchigiana
  • Coro Ventidio Basso di Ascoli Piceno
  • maestro del coro Giovanni Farina
  • Pueri Cantores “D. Zamberletti” di Macerata
  • maestro del coro Gian Luca Paolucci

NUOVA PRODUZIONE

  • in co-produzione con Fondazione Rete Lirica delle Marche
  • allestimento dell’Associazione Arena Sferisterio

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