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Gli ottanta anni di Francesco Guccini


di Alberto Pellegrino

In occasione degli ottanta anni di Francesco Guccini, ripercorriamo la sua grande e impegnata produzione non solo poetica e musicale.

Francesco Guccini ha compito ottant’anni. Il Maestro della canzone italiana ha debuttato nel 1967 il primo album Folk Beat n.1 nel quale s’intravedono alcuni tratti caratteristici del suo stile artistico e i temi dolorosi dell’emarginazione sociale, dell’Olocausto, della guerra, del disagio del mondo giovanile. In breve tempo diventano popolari alcune sue canzone prese come modello da una intera generazione di giovani: L’atomica cinese, Auschwitz – La canzone del bambino nel vento, Primavera di Praga, Via Paolo Fabbri 43, L’avvelenata, Eskimo, La locomotiva. Il brano Dio è morto, che affronta il tema del travaglio spirituale del nostro tempo, suscita grande scandalo e viene censurato dalla Rai per blasfemia, ma è elogiato da Papa Paolo VI ed è trasmesso dalla Radio Vaticana. Nel dicembre 1968 si ha il suo debutto ufficiale con un concerto dal vivo tenuto nel Centro Culturale della Pro Civitate Christiana di Assisi. Da quel momento ha inizio una serie ininterrotta di successi con L’isola non trovata, Radici (con i capolavori Il vecchio e il bambino e Canzone dei dodici mesi), Stanze di vita quotidiana, mentre con il disco Opera buffa Guccini mette in mostra le sue capacità di cabarettista e di affabulatore ironico, colto e canzonatorio.

Gli anni dei suoi successi

Col passare del tempo cresce lo spessore musicale e poetico dei suoi testi, perché Guccini matura una poetica fondata sulla capacità di utilizzare diversi registri linguistici, da quello aulico a quello popolare; mostra una grande facilità nell’uso del verso e una notevole familiarità con la poesia contemporanea, riuscendo a offrire differenti piani di lettura. Dagli anni Settanta al Duemila crea i ritratti di personaggi storici e letterari; arricchisce i testi con richiami e citazioni di grandi autori; riesce ad affrontare un numero rilevante di temi legati a quei valori morali e civili che sono un elemento fondante della sua personalità. “Quella di Guccini – ha detto Dario Fo – è la voce di quello che un tempo si diceva il “movimento”. Oggi, semplicemente una voce di gioventù. E cioè di una granitica coerenza con il proprio linguaggio e pensiero. Nella sua opera c’è un discorso interminabile: sull’ironia, sull’amicizia, sulla solidarietà”. 

Sotto il profilo politico, senza mai entrare a far parte di determinate istituzioni, Guccini è sempre stato un liberal vicino, anche se in modo critico, alla sinistra italiana, un personaggio che in diverse occasioni si è definito un anarchico e un socialista di matrice liberale. Dotato di una personalità multiforme ha fatto alcune incursioni nel mondo del teatro e del cinema; ha scritto romanzi polizieschi con Loriano Machiavelli; ha disegnato fumetti come Gnicche che ha per protagonista il personaggio di un contadino cantastorie e ha collaborato con il disegnatore bolognese Bonvì. Gli sono stati assegnati numerosi riconoscimenti tra cui sei Premi Tenco, la Targa Ferré, il Premio “Giuseppe Giacosa – Parole per la musica”, il Premio Chiara nella categoria Le Parole della Musica. È stato, infine, insignito dell’onorificenza di Ufficiale dell’Ordine del merito della Repubblica italiana,  della Laurea honoris causa in Scienze della Formazione Primaria da parte dell’Università di Bologna e dell’Università di Modena, della Laurea honoris causa in Scienze umanistiche da parte dell’American University of Rome.

Diversi album di grande spessore poetico diventano il segno di una raggiunta maturità artistica a cominciare da Metropolis, una raccolta dedicataad alcune grandi città italiane e a Bisanzio, a cui dedica una composizione carica di emozioni e di atmosfere sognanti. Nello stesso periodo inizia a comporre canzoni, dove la più alta tradizione della poesia italiana si fonda con la ballata popolare, creando alcuni personaggi tratti dal mondo della storia e della letteratura come Ophelia, Gulliver, Signora Bovary, Odisseo, Cirano, (scritta con Beppe Dazzi e Giampiero Bigazzi). Disegna i “ritratti” di figure storiche come Che Guevara o Cristoforo Colombo o di figure altamente simboliche come Don Chisciotte, una ballata “teatrale” (scritta con Beppe Dati e Goffredo Orlandi) che assume il valore di un vero e proprio manifesto ideologico. Nel 1999 comincia a mostrare segni d’insofferenza verso la società in cui ècostretto a vivere con la canzone Addio, un accusa a modelli culturali e a mode del nostro tempo e, dopo avere pubblicato nel 2006 la raccolta Altre parole, nel 2012 tiene il suo ultimo concerto live.  

L’addio al mondo della canzone con “L’Ultima Thule”

Nel 2012 pubblica il suo ventiquattresimo album intitolato L’Ultima Thule, con il quale decide di dare addio alla canzone d’autore. Del resto da tempo aveva annunciato che “non ci sarà un finale clamoroso, un ultimo concerto, perché penso sia meglio finire in silenzio, andare via a passi lenti e silenziosi piuttosto che con il clamore di una grande festa conclusiva. Allontanarsi, a poco a poco”. Tutto in piena coerenza con l’ultima strofe della canzone che dà il titolo alla raccolta: “L’Ultima Thule attende e dentro il fiordo/si spegnerà per sempre ogni passione, /si spegnerà in un’ultima canzone/di me della mia nave anche il ricordo”.

Nell’album il cantautore ritorna ad affrontare i temi che hanno segnato il suo lungo percorso artistico, ricompare il Guccini tessitore di storie leggendarie e di mitici personaggi, il sognatore solitario, ma anche il combattente che crede in determinati valori. La Canzone di notte N.4 è dedicata alla memoria e al tempo che scorre implacabile in un’epoca di grandi mutamenti, per cui riaffiora la nostalgia di “quando eravamo tutti ignari/di quel che ci sarebbe capitato, /notti senza traguardi e cellulari/e immortali avevamo forza e fiato/come corsari…/mentre tutto adesso ti scompare/sotto il bitume”. Rimane tuttavia la speranza che nel silenzio della notte sia possibile ricordare “i giorni per la quiete e per lottare/il tempo di bonacce e di tempeste”, per ritrovare la pace interiore. L’ultima volta è dedicata ai ricordi dell’infanzia e agli affetti familiari, mentre la canzone Gli artisti è un omaggio a tutte quelle persone che rinunciano a un mestiere “normale” per scegliere la vita vagabonda del circo, oppure diventare cantanti, attori, poeti spesso incompresi ma sempre pronti a inseguire l’utopia, mentre lui si sente solo un umile artigiano che vola “con piccole ali”, che fabbrica “un grappoli di illusioni/che svaniscono nella memoria”. Il Testamento di un pagliaccio è una tirata contro un mondo di compromessi e di bugie, dove la democrazia muore avvelenata, dove si affermano politici corrotti vip e damigelle di regime, servi che si svendono per trenta denari, mafiosi riciclati, fascisti travestiti da democratici, mentre il povero pagliaccio muore con le sue utopie e i suoi sogni. Su in collina è una canzone dai toni epici, in cui si racconta una storia partigiana segnata dal freddo dell’inverno che si fonde alla desolazione della collina emiliana, alla paura della morte, alla ferociadella guerra, un modo per far rivivere senza accenti eroici la tragedia di un periodo storico che è stato spesso svuotato dei suoi valori più umani. Per ricordare con rimpianto quel 25 aprile che si è troppo allontanato dalla nostra coscienza, Guccini rievoca in Quel giorno di aprile il clima dell’immediato dopoguerra, quando l’Italia è in festa per la fine del conflitto e gli italiani si godono la ritrovata libertà, anche se nei loro sogni ritornano immagini di guerra con il freddo, la neve, il ricordo dei compagni scomparsi. La canzone, che dà il titolo all’album, è certamente il pezzo di più alto valore poetico di tutta la raccolta. L’Ultima Thule è un’isola leggendaria che nel 33° a.C. è nominata per la prima volta nei diari di viaggio dell’esploratore greco Pitea come un’isola, “una terra di fuoco e ghiaccio nel quale il sole non tramonta mai”; nel Medioevo la mitica isola assume un significato più metafisico per indicare una terra “aldilà del mondo conosciuto”. Guccini usa questo mito come un luogo simbolico, un porto di quiete, un confine dal quale è possibile ripartire per un nuovo viaggio. Egli sfrutta la leggendaria isola di ghiaccio e di fuoco, perduta all’estremo nord dei mari, per intrecciare la nostalgia per i miti della giovinezza e la vecchiaia, i sogni e le memorie, per dare un addio all’arte e alla vita, usando versi di grande suggestione e raffinate atmosfere musicali grazie anche all’impiego dell’antica ghironda, che si fonde con efficacia alle tastiere, ai fiati, alle percussioni e al puntuale contrappunto della voce.

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