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Una favolosa “Cenerentola” a Piacenza

Le foto di scena sono di Claudio Cavalli e si riferiscono alla recita del 16 febbraio 2018


di Andrea Zepponi

All’annuncio che il tenore Pietro Adaini e il baritono Pablo Ruiz non avrebbero cantato per cause influenzali alla pomeridiana de La Cenerentola di Gioachino Rossini, la scorsa domenica 18 febbraio alle 15.30 nella Stagione d’Opera 2017/2018 al Teatro Municipale di Piacenza, si è temuto il peggio. Invece, alla notizia che il tenore Antonino Siragusa e il basso-baritono Paolo Bordogna, indiscussi interpreti e specialisti rossiniani, erano subentrati nei ruoli del principe Ramiro e del cameriere Dandini, un sospiro di sollievo e di soddisfazione ha attraversato la sala che ha poi assistito a una delle più belle ed esaltanti esecuzioni musicali della Cenerentola rossiniana che io ricordi. Evidentemente si è voluti andare sul sicuro per un’opera che inaugura il “Rossini 150”, e che la Fondazione Teatri di Piacenza dedica alle celebrazioni per il 150° anniversario della scomparsa del compositore pesarese.
Lo spettacolo, in coproduzione del Teatro del Giglio di Lucca, del Teatro Alighieri di Ravenna e della Fondazione Teatri di Piacenza, con la collaborazione del Teatro Comunale “A. Rendano” di Cosenza, voleva essere inoltre un omaggio a Lele Luzzati: gli splendidi costumi di scena che risalgono alla storica edizione della Cenerentola rossiniana andata in scena nel 1978 al Teatro Margherita di Genova sono suoi e hanno ancora l’impronta straordinaria di un maestro indiscusso del teatro contemporaneo. Frutto di un ispirato ed accurato restauro compiuto dalla Fondazione Cerratelli, i costumi di Luzzati hanno riacquistato il loro originario splendore anche grazie al Museo Luzzati di Genova diretto da Sergio Noberini, che vanta una lunga collaborazione con la suddetta Fondazione Cerratelli. Aldo Tarabella ha conferito alla regia dello spettacolo un tono laboratoriale con risultati di semplicità e suggestione infinita, pieni di poesia e attinenza al carattere di un capolavoro che, ricordiamo, è la summa dell’opera buffa rossiniana in cui convergono anche tratti da opera seria (nella struttura di arie e pezzi di insieme) e persino di comédie larmoyante. Complici le scene di Enrico Musenich, il quale ha ricreato lo stile luzzettiano anche nella scenografia, lo spettacolo, fatto di carta e scatole magiche, di tele e quinte multiformi e dai colori e immagini polivalenti che rimandavano ai trompe l’oeil dei palazzi genovesi, aveva quella ambivalente trasparenza e polisemica astrattezza che si ritrova nella musica rossiniana: una freschezza spaziale e cromatica fioriva in ogni momento allo schiudersi di una macchina scenica fatta di semplici pannelli dipinti che creavano di volta in volta ambientazioni diverse in una stessa scena. Anche la bilocazione temporale dei costumi quattrocenteschi del coro e ottocenteschi dei personaggi, era attinente ad un allusivo sfondo fiabesco per una Cenerentola che viene trattata da Rossini come attuale commedia borghese il cui carattere è però ben diverso da quello bieco ed amorale dei personaggi del Barbiere, se non altro perché ne è sottotitolo La bontà in trionfo. Bellissime le trovate sceniche: una per tutte il cubo magico che, durante l’aria di Alidoro Là del ciel nell’arcano profondo, si schiude e diventa armadio recante il vestito per il ballo e poi, girando su sé stesso si cambia in carrozza. Bellezza e vaghezza regnavano in ogni momento dello spettacolo. Tuttavia, come in ogni evento lirico di successo, l’alta qualità è uniformemente distribuita; il cast era meraviglioso e composto da giovani ma già affermati interpreti: i suddetti Antonino Siragusa, tenore in Don Ramiro, affiancato Paolo Bordogna in Dandini suo cameriere e dal filosofo Alidoro, il basso Matteo D’Apolito, indi il basso buffo Marco Filippo Romano nella parte di Don Magnifico, il soprano Giulia Perusi e il mezzo Isabel De Paoli che vestivano rispettivamente i panni di Clorinda e Tisbe, le buffe e goffe sorellastre, ed infine Cenerentola  interpretata dalla splendida voce di Teresa Iervolino. Grandezza vocale e verve scenica delle prime parti indiscussa è stata l’impressione più diffusa: un Siragusa generosissimo e in forma strepitosa in acuti, puntature e passaggi ha scatenato gli applausi del pubblico nell’aria del second’atto Ah sì, ritrovarla io giuro, altrettanto il Bordogna, con tenute di voce e di fiato straordinarie, ha graziosamente inserito variazioni che ricordavano la tessitura e il cipiglio di un Figaro (infatti Dandini è un Barbiere in Cenerentola), tutti con volumi di voce fluviali che riempivano la non piccola sala del Municipale piacentino. Chapeau al basse-baritone Matteo D’Apolito con la sua magistrale esecuzione della grande scena e difficilissima aria Sì, tutto cangerà … Là del ciel nell’arcano profondo eseguita da specialista di belcanto rossiniano che pospone l’ampiezza vocale alla maestosità del tono e all’eloquenza del fraseggio virtuosistico. Con loro il Don Magnifico di Marco Filippo Romano divertentissimo scenicamente, perfetto nella resa vocale e spericolato nei funambolici sillabati dell’aria Sia qualunque delle figlie, ha convinto tutti come la freschezza vocale della Iervolino, già applaudita alla Scala per la Lucia della Gazza ladra, è l’apprezzamento più superficiale che si poteva fare: esaltante e tenera nel duetto del primo atto Una grazia, un certo incanto, precisa nelle agilità del secondo, flessibile sia in senso vocale che scenico, io l’ho trovata perfetta, anche se nel rondò finale Non più mesta accanto al fuoco, poteva concederci l’esecuzione, almeno una volta, del testo rossiniano senza risolvere proprio tutto in variazioni, se non altro per stornare da sé il sospetto che sia più difficile cantare la scrittura originale piuttosto che le variazioni aggiunte seppur doverosamente da ogni artista di canto che si rispetti. Caratterista e spiritosa la Giulia Perusi in Clorinda si è fatta perdonare un’ampiezza vocale non proprio adeguata agli altri interpreti e Isabel De Paoli è risultata anche più divertente e spumeggiante in Tisbe, ma il loro affiatamento nella coppia buffa era garantito e di grande efficacia, come quello, di tutti gli altri ben diretti, si vedeva benissimo, da una regia che ha lavorato profondamente e personalmente sulla scena. A dirigere l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini e il Coro del Teatro Municipale di Piacenza (il suo maestro era Corrado Casati), era il gesto della talentuosa e giovane Erina Yashima, selezionata tra gli allievi nella prima edizione della Riccardo Muti Italian Opera Academy (2015) e attualmente assistente del Maestro alla Chicago Symphony Orchestra, dove ha ricevuto la borsa internazionale di apprendistato “Sir Georg Solti ” in direzione d’orchestra. Anche sul versante direttoriale si è apprezzata l’organica tensione della tempistica, azzeccata già dall’ouverture e calibrata in funzione scenica ma attenta a restituire tutta la trasparenza timbrica rossiniana, e la pienezza del coro fornito di sezioni maschili eloquenti e ben timbrate soprattutto nella fascia tenorile.
Alla fine un bel successo e tanti sentiti applausi per tutti.

La Cenerentola
Melodramma giocoso in due atti
Libretto di Jacopo Ferretti
dal racconto Cenerentola di Charles Perrault
Musica di Gioachino Rossini
Erina YASHIMA, direttore
Aldo TARABELLA, regia
Enrico MUSENICH, scene
Lele LUZZATI, costumi (proprietà della Fondazione Cerratelli, Pisa)
Marco MINGHETTI, luci
Monica BOCCI, coreografie
Corrado CASATI, maestro del coro

Interpreti:
Don Ramiro: Pietro Adaini – Antonino Siragusa (18-02-2018)
Dandini: Pablo Ruiz – Paolo Bordogna (18-02-2018)
Don Magnifico: Marco Filippo Romano
Clorinda: Giulia Perusi
Tisbe: Isabel De Paoli
Angelina: Teresa Iervolino
Alidoro: Matteo D’Apolito
ORCHESTRA GIOVANILE LUIGI CHERUBINI
CORO DEL TEATRO MUNICIPALE DI PIACENZA

Coproduzione, Teatro del Giglio di Lucca, Teatro Alighieri di Ravenna, Fondazione Teatri di Piacenza
ALLESTIMENTO DEL TEATRO DEL GIGLIO DI LUCCA

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