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“Falstaff e il suo servo” ad Ascoli Piceno con Branciaroli e De Francovich

Fotografie di Tommaso Le Pera


di Flavia Orsati

Il 7 e l’8 dicembre 2019 è andato in scena, presso il Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno, Falstaff e il suo servo, di Nicola Fano e Antonio Calenda con Franco Branciaroli, Massimo De Francovich. Alleggerimento eccessivo ma presenza scenica forte.

Falstaff è un noto personaggio del canone shakespeariano, protagonista di un solo copione del Bardo di Avon, Le allegre comari di Windsor, ma presente, poi, nell’Enrico IV e, sebbene non entri direttamente in scena, nell’Enrico V. Falstaff è un personaggio vitale e gioviale ma, se ci si ferma a riflettere sulla sua condizione, disperato; suo alter ego, o contraltare, è la figura del servo, che mette in scena l’eterno conflitto tra caso e ragione, tra destino e volontà: quest’ultimo, seguendo i dettami della logica e del potere, si afferma come demiurgo dell’intera storia rappresentata.

Lo spettacolo ripercorre, su un palcoscenico minimale, gli ultimi giorni di vita del cavaliere, passati tra bordelli, donne, vino e piaceri, con un fare comico ma che ha già in sé qualcosa di oscuro, di tragico. Falstaff, “candido ottimista” (inevitabile allusione al Candide di Voltaire), fu, in gioventù, grande amico del futuro Enrico V, rapporto a cui il padre, Enrico IV, si oppose con forza, non volendo che l’erede al trono frequentasse personaggi di tale risma, che lo avrebbero influenzato in malo modo. Sarà lo stesso Enrico V, poi, a ripudiarlo una volta divenuto re, bandendolo e mandandolo a morire in guerra ad Agincourt, dove molti soldati guadagneranno gloria eterna; la visione di Falstaff stride con quella della sua epoca, che considera un onore il morire in battaglia: “La guerra va derisa, umiliata, ignorata, uccisa prima che lei uccida te” sono le parole che l’antieroe pronuncia, poco prima di morire, salendo su di un cavallo che sembra un giocattolo e ricorda l’inganno e la beffa della famigerata vicenda di Troia; ma un personaggio che “non se ne fa niente dell’onore” e che arriverà a chiosare “Quello che voglio io è solo la vita. Io voglio vivere, voglio solo questo. Sono nato per vivere” uscirà di scena morendo, non risparmiando un’ultima sberleffo ad una voce proveniente dal pubblico. La sconfitta, tuttavia, è sostanziale, anche se il cavaliere lascia questo mondo “governato dalla luna, sua unica padrona”. La questione filosofica è che un uomo che vive alla mercè dei suoi istinti non è più libero di altri, sceglie solo un altro tipo di schiavitù. La tragicomicità di un uomo che, portato dal vento, cerca di dimenarsi nella tempesta della vita senza mai uscirne, tuttavia dal palco non traspare: se ne accorge solo il servo, che a tratti riesce a commiserarlo anche solo con uno sguardo, vedendo in lui un qualcuno che è invecchiato senza crescere, e si trova a fare i conti con un uomo che dovrebbe essergli subordinato ma non lo è affatto, che rappresenta una sorta di voce della coscienza e lo mette davanti all’inadeguatezza delle sue azioni, che rivelano sempre una malinconia di fondo. La contrapposizione tra i due è netta, e si evince anche solo dall’aspetto dei due uomini: ad un personaggio gaudente, grasso, che vive di eccessi, vestito in maniera vistosa e quasi sempre al centro della scena, sta dimesso, sul lato destro del palco una figura alta e smilza, misurata e umilmente vestita. Il ruolo del servo è interpretato da Massimo De Francovich e, nonostante non sia lui il protagonista, con estrema eleganza e classe si fa motore della macchina narrativa, contornata solo da altri personaggi, un’ostessa e una prostituta e due balordi compagni di bevute di Sir John.

La pièce termina con la patetica morte del protagonista, uomo gioioso ma rozzo, nel quale non vige volontariamente alcuna forma di filosofia.

Falstaff, insomma, sembra una delle maschere tipizzate e canonizzate già dal teatro classico, a partire da Plauto e Terenzio, ma circondato da un senso dell’umorismo velatamente inglese ed elisabettiano.

Tuttavia, qui l’atmosfera shakesperiana viene stemperata in una troppo prosaica realtà, rielaborata – ed inevitabilmente semplificata – per il pubblico odierno; sarà proprio il servo a far notare che “la poesia non fa per voi, Sir John”, e niente di più vero: purtroppo, pecca di questo spettacolo è di spegnere totalmente il pathos ed eliminare la tensione, la magia e il mistero che nelle opere teatrali del Bardo circondano ogni minimo gesto. Insomma, un alleggerimento eccessivo di una materia filosofica complicata, interpretazione post moderna che fa smarrire la liricità, alla quale si aggiunge una non chiara sintesi sulla storia di Falstaff: guardando lo spettacolo, senza conoscere le opere, difficilmente si evince il filo logico e la tipizzazione del personaggio. Nonostante la grande libertà e le rielaborazioni, l’impianto scenico è tradizionale: i costumi d’epoca sono ben curati e l’allestimento ridotto al minimo, fatti che implicano una presenza scenica forte e decisa, presente ma troppo forzatamente “italiana”.

7 e 8 dicembre 2019

ASCOLI PICENO | Teatro Ventidio Basso

Centro Teatrale Bresciano

FALSTAFF E IL SUO SERVO

di Nicola Fano e Antonio Calenda

da William Shakespeare

con Franco Branciaroli, Massimo De Francovich, regia Antonio Calenda

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