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Emozionante “Arianna a Nasso” al Festival della Valle d’Itria

Fotografie di Clarissa Lapolla


di Andrea Zepponi

Al 46°Festival della Valle d’Itria è andata in scena l’opera di Richard Strauss Arianna a Nasso. Inquietante attualità unita al livello stratosferico degli interpreti hanno prodotto uno spettacolo di rara bellezza.

Assistere al lussureggiante divertissement operistico Arianna a Nasso di Richard Strauss, andato in scena il 26 luglio 2020 in terza recita al 46° Festival della Valle d’Itria, convoglia l’emozione di un epilogo totale della storia dell’opera, una sublime ricapitolazione che assume i tratti più disparati e, direi, più disperati: la commistione di tragico e di comico, la contaminazione del genere della prosa con quello lirico, la strana simbiosi dello stile virtuosistico barocco con la modernità del 900 liberty, i molteplici piani della parodia del mito classico in una attualità disarmante e anche l’adattamento di una nuova traduzione italiana per quest’opera tedesca (molto italiana per certi versi) in questi tempi apocalittici rimandano a qualcosa di estremo e di ulteriore. La tematica generale del Festival della Valle d’Itria 2020, eroicamente organizzato e realizzato, si ispira al mito di Arianna con il titolo programmatico “Per ritrovare il filo” che traduce in tonalità polisemica l’attualità deprimente e il contenuto esaltante del mito di Arianna e Teseo declinato in concerti, recital, appuntamenti, eventi sparsi in tutto il territorio. Ci si chiede perché per la Ariadne auf Naxos di Strauss si è osata la versione ritmica in italiano di Quirino Principe con Valeria Zaurino che impone il titolo italiano invece di quello tedesco e l’idioma italico invece del testo di Hofmannsthal il quale pure revisionò l’antiquata traduzione della commedia di Molière e scrisse il libretto dell’opera. L’operazione interpretativa ha dato l’impressione di portare alle estreme conseguenze quel processo di “dewagnerizzazione” avviato da Strauss già con il Rosenkavalier, estremizzato nell’Ariadne con una concezione cameristica dell’orchestra, e di esprimerlo con l’ulteriore italianizzazione di un’opera che già ampiamente si nutre di italianità sul piano allusivo. Tradurre il testo originale significa anche interpretare la musica. D’altronde il prodotto della collaborazione del poeta Hugo von Hofmannstahl con Richard Strauss che nel 1911 aveva composto delle musiche di scena per il Bourgeois gentilhomme di Molière ebbe una storia molto complessa che ne spiega il carattere sperimentale: il progetto originario prevedeva che l’opera Ariadne auf Naxos in un atto dovesse seguire la commedia senza uno stacco netto e il passaggio dalla commedia all’opera avveniva a sipario aperto, ma poi il riferimento al mondo comico del grottesco parvenu rimase solo una esile cornice che finì per esercitare una forte influenza sul serioso quadro mitologico dell’opera. La composizione venne ultimata il 22 luglio 1912 a Garmisch e il debutto del divertissement avvenne al Teatro di Corte di Stoccarda con la regia, la compagnia teatrale di Max Reinhardt e il compositore stesso alla direzione. Sennonché la reazione del pubblico fu meno entusiastica del previsto e allora Hofmannsthal, riscrisse ex novo il prologo affidandolo al cameriere di Jourdain, il rampante borghese, per una ulteriore versione che andò in scena solo nel 1916. Ariadne auf Naxos si basa quindi su un doppio spettacolo con forte valenza metateatrale, di teatro nel teatro, così appetibile per Strauss che ne aveva alluso la funzione già nella “danza dei sette veli” della sua Salome. Ne risulta un genere operistico nuovo – anzi un “non-genere” – dal forte carattere di mediazione e contaminazione tra stili diversi in cui “la costruzione drammaturgica diviene ambigua perché, come ha osservato Quirino Principe, ‘realtà’ e ‘finzione’ possono essere invertite e Arianna e le maschere possono divenire spettatori mentre il compositore o il maggiordomo personaggi della rappresentazione” (1). In due parole la trama di questa versione (1912) è la seguente: l’antefatto, ambientato nella casa di un ricco signore nella Vienna del XVIII secolo (che Hofmannsthal chiamò ‘preludio’ e rappresenta la ‘realtà’) è prosastico e l’opera vera e propria, ispirata al mito di Arianna abbandonata, viene rappresentata per il divertimento del padrone di casa e dei suoi ospiti con una compagnia italiana di maschere guidata dalla poliedrica Zerbinetta. In questa edizione dell’opera l’antefatto è ambientato, secondo la declinazione scenica della regia di Walter Pagliaro e degli elementi scenici di Gianni Carluccio, ai primi del 900 nell’ambiente sofisticato della Vienna decadente e settecenteschi erano i costumi dei personaggi operistici approntati da Giuseppe Palella, baroccheggianti quelli delle maschere italiane, caricaturale quello di Zerbinetta con il suo “mongolferico” debordare trattenuto da zavorre in forma di maschera tragicomica, più attualizzanti quelli del trio di ninfe e della stessa Arianna il cui messaggio ha un vettore più diretto alla contemporaneità straussiana. Costumi tutti ispirati alla bellezza. La scenografia della Metal Design srl ha realizzato la scena come teatro totale, una sorta di atelier scarno e metallico in cui sono gettate suppellettili d’epoca con al centro una gabbia cubica che – spiegano le note di sala – è “insieme grotta e luogo dell’io di Arianna” rifugio e insieme prigione del suo compiacimento nella disperazione. Il personaggio tragico di Arianna sedotta e abbandonata da Teseo trova la sua catarsi nella dimensione bacchica rappresentata dal lussureggiante ma estenuato virtuosismo di Zerbinetta che danza acrobaticamente con la sua voce sull’orlo dell’abisso di disincantate e trasfigurate consapevolezze, ma il suo sguardo introspettivo sulla realtà abissale le permette di condurre la disperata Arianna a un nuovo stadio di elaborazione dell’abbandono. In fondo si tratta di una immane seduta psicanalitica in chiave musicale. La superba professionalità di Carmela Remigio nel ruolo titolare, con la sua interpretazione da vera tragedienne del ruolo di Arianna, ha contrapposto potentemente il personaggio alla stratosferica Zerbinetta di Jessica Pratt e ne ha delineato il carattere con una straordinaria eloquenza della zona medio grave e la perfetta emissione a lei consueta senza affondi e scalini di petto; i momenti cruciali del grande monologo iniziale di Arianna Esiste un mondo dove tutto è puro e dell’estenuante duetto finale con il tenore (Bacco) Teseo! No! No! È il bello, il silenzioso dio! sono stati i momenti più esaltanti di tutta la rappresentazione dove la simbologia è stata più chiara e suggestiva: l’adorazione delle exuviae di Teseo da parte della sedotta e abbandonata Arianna, uno splendido mantello lasciato dall’eroe da cui ella si congeda, e il laccio, il filo di salvezza verso la vitalità di un altro amore che Bacco, il tenore Piero Pretti, le offre a sua volta per farla fuoriuscire dal labirinto del suo io confuso. Altro momento a forte valenza simbolica è stata l’abnorme e funambolica scena di Zerbinetta dove la Pratt reca uno specchio e la testa di un toro con evidente allusione al Minotauro sconfitto a suo tempo da Teseo, ora divenuto mostro interiorizzato dell’io contro cui Arianna deve combattere in un gioco di identificazioni. L’attualità pandemica ha stimolato scenografo, costumista e regista nelle soluzioni più consone al distanziamento degli artisti senza rinunciare alla chiarezza e alla inventività delle soluzioni sceniche.

Con Pratt e Pretti si parla di indiscusse eccellenze del panorama lirico internazionale: la prima ha dato una prova atletica sovrumana nella interminabile scena Potente principessa, chi non intende in cui la tessitura impervia e ineseguibile per vocalità umane troppo umane e il secondo ha esibito la sua vocalità smagliante in cui il colore eroico si alterna all’amoroso senza tradire cedimenti di sorta nella tenuta timbrica, nel volume e nella lunghezza dei fiati.    

Notevoli acquisizioni del Festival della Valle D’Itria sono i soprani Barbara Massaro e Mariam Battistelli rispettivamente nella Naiade e nella Driade e soprattutto Ana Victoria Pitts nel ruolo di Eco dal verace timbro e ampiezza propri del mezzosoprano: abilissime tutte nel modulare i complessi piani sonori della polifonia timbrica straussiana specie nel soave momento d’insieme Suona, suona, dolce voce. Timbratissimo e ben articolato da vocalità ben nette per colore e carattere il quartetto costituito dal basso Eugenio Di Lieto in Truffaldino, dal baritono Vittorio Prato in Arlecchino e dai tenore Vassily Solodkyy in Scaramuccia, e Manuel Amati in Brighella. Le eleganti presenze attoriali di Marco Bellocchio nel ruolo di Monsieur Jourdain, di Marco Fragnelli in quello di Dorante e di Sara Putignano in Dorimène hanno ben adeguato la pienezza delle loro voci alla dimensione sonora dello spazio lirico. Dal punto di vista orchestrale la direzione del M° Fabio Luisi sul podio dell’Orchestra del Teatro Petruzzelli di Bari ha fatto la differenza nel dipanare il sottile e capillare intreccio timbrico in chiarezza di gesto musicale e ritmico tra strumenti e cantanti diretti come unica ma differenziata sorgente sonora dove la polifonia stilistica che scorre nel discorso musicale secondo un andamento spiraliforme assume la stessa connotazione metateatrale del testo drammatico e lo traduce in concezione metamusicale cioè di “musica che viene scritta sulla musica”. A questo altissimo compito non si è sottratto il M° Luisi che ha traghettato – quale Ermete psicopompo vagheggiato da Arianna nell’opera – lo spettatore nella dimensione ulteriore del totalmente altro echeggiato nella musica.  

  1. Fonte: Dizionario dell’Opera Baldini&Castoldi

Arianna a Nasso

  • Opera in un prologo e un atto di Hugo von Hofmannsthal (versione del 1912)
  • Musica di Richard Strauss (1864-1949)
  • Nuova versione ritmica in italiano di Quirino Principe con Valeria Zaurino

Arianna Carmela Remigio
Bacco
Piero Pretti
Naiade Barbara Massaro
Driade Ana Victoria Pitts
Eco Mariam Battistelli
Zerbinetta Jessica Pratt
Arlecchino Vittorio Prato
Scaramuccia Vassily Solodkyy
Truffaldino Eugenio Di Lieto
Brighella Manuel Amati
Monsieur Jourdain (attore) Marco Bellocchio
Dorante (attore) Marco Fragnelli
Dorimène (attrice) Sara Putignano

  • Direttore Fabio Luisi
  • Regia Walter Pagliaro
  • Elementi scenici Gianni Carluccio
  • Costumi Giuseppe Palella
  • Orchestra del Teatro Petruzzelli di Bari
  • Assistente del direttore di orchestra Dario Macellari
  • Assistente alla regia Marco Bellocchio
  • Maestri collaboratori Liubov Gromoglasova, Vincenzo Rana
  • Maestri collaboratori di palcoscenico Giulia Palmisani, Stefania Paparella 
  • Maestro alle luci Ivana Astrid Zaurino
  • Costumi F. G. Teatro di Guggia Filippo
  • Scenografia Metal Design srl

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