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Elegantissima edizione di “Così fan tutte” a Trieste


di Roberta Rocchetti

Trieste 28.04.2018. L’Opera, questo magnifico prodotto artistico che sposa recitazione con esecuzione musicale è divisa in diverse tipologie: opera seria, opera buffa, dramma giocoso etc. oltre tutto questo c’è Così fan tutte di Wolfgang Amadeus Mozart.
Questa opera infatti trascende i generi e la limitazione che deriva dal volerla rinchiudere in uno di questi.
Certo, ad un primo superficiale sguardo può sembrare un’opera buffa basata sul classico intreccio della commedia degli equivoci (o meglio dell’inganno) dove dopo diverse vicissitudini tutto finisce per il meglio. Qualcuno ha definito però Così fan tutte l’opera più tragica in assoluto, perché di fatto vanifica tutti i sacrifici per amore messi in atto da chiunque almeno una volta nella vita e rappresentati nelle opere precedenti, contemporanee e successive al capolavoro del salisburghese, dimostrando dati alla mano che l’amore non esiste.
Questo ha un senso se consideriamo il tutto alla luce di una valutazione ottocentesca o post ottocentesca ancora intrisa di romanticismo, ma forse ad un illuminista e disincantato occhio settecentesco com’era quello di Mozart e di Da Ponte, il suo geniale librettista, questa opera era solo volta a dimostrare che l’amore esiste, ma non è il conturbante fuoco della fiamma bruciante che accende la miccia sotto la spinta della passione carnale e sanguigna, che tramortisce il raziocinio e che si sposta troppo facilmente e velocemente da un soggetto a quello successivo, ma l’affetto che, una volta superata la tempesta ormonale, giorno per giorno si costruisce con la vicinanza, la reciproca conoscenza, la complicità quotidiana che permette di legarsi profondamente all’altro con i  difetti che rispecchiano i propri.
Mozart ha messo in musica l’amore agghindato di afflati passionali e carnalissimi ( il duetto de “Il core vi dono” non ha nulla da invidiare in erotismo al Bizet di Carmen o al Puccini di Tosca, seppur frutto di una recitazione calcolata da parte di uno dei due protagonisti) contro quello munito di duratura, semplice e imperfetta costanza, decretando la vittoria, seppur dolceamara, di quest’ultimo.
Al Teatro Verdi di Trieste a rappresentare il capolavoro mozartiano  lo scorso sabato 28 aprile  abbiamo trovato un allestimento che è un progetto artistico del Festival dei due mondi di Spoleto di stampo tradizionale, la cui regia di Giorgio Ferrara ripresa da Patrizia Frini ricordava quella di Strehler ideata per il Piccolo di Milano nel 1998 e messo in scena postumo.
Anche i costumi e le scene di Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo riportavano in qualche maniera alle atmosfere strehleriane e si sono mantenuti nel solco dell’ estetica del XVIII Sec. con una estrema eleganza a fare da filo conduttore.
Le scene essenziali e funzionali  facevano da contorno ad un evocativo fondale fisso a tema marino entro il quale un gioco di luci dava il senso dello scorrere del tempo inesorabile, che fluiva per liberare i protagonisti dalle loro illusioni.
Nella veste dei principali quattro protagonisti della storia abbiamo visto  giovani e credibili interpreti.
La parte di Ferrando era affidata al tenore Giovanni Sebastiano Sala, voce dal bel timbro dorato, forse migliorabile nelle appoggiature e nel fraseggio e anche la recitazione avrebbe bisogno di maggiore  incisività, maggiore fiducia di sé, per far  uscire dalla routine un personaggio che non può essere semplicemente relegato a figura di contorno.
Guglielmo era Vincenzo Nizzardo, voce potente quella del baritono calabrese e gestita a dovere evidenziando i cromatismi senza tralasciare una recitazione convincente e accattivante che ha saputo evidenziare sia i momenti divertenti che quelli drammatici.
Le fedifraghe compagne dei protagonisti maschili erano Karen Gardeazabal nel ruolo della inizialmente pudica Fiordiligi, la cui voce si è riscaldata, è il caso di dirlo, in corso d’opera.
Squillo e registro acuto cristallini, un po’ più carente nel registro centrale e grave, carenza più evidenziabile come dicevamo all’inizio e andata via via mitigandosi, tanto che l’aria  “Per pietà ben mio perdona” è stata eseguita e gestita meglio di “Come scoglio”, anche sotto il profilo delle agilità.
La Dorabella impersonata dal mezzosoprano giapponese Aya Wakizono ci è sembrata tra i ruoli quello più degno di nota, buone agilità, ottimo legato, fraseggio perfetto, il tutto unito ad una voce che mai ha lasciato che l’orchestra la sovrastasse e una recitazione perfettamente calibrata e  realisticamente vitale, cosa abbastanza difficile in Mozart.
Pur se apprezzabile sotto il profilo vocale anche se non sempre precisissima negli attacchi, ma crediamo che avrebbe potuto dare di più se diretta in diversa maniera, abbiamo infatti trovato troppo caricaturale la Despina di Capucine Daumas. L’eccesso di mossettine, ancheggiamenti ed ammiccamenti a cui è stata costretta da una regia che non è riuscita ad andare oltre la commedia dell’arte (abisso interpretativo nel quale spesso i registi precipitano Mozart) l’hanno un po’ penalizzata, permettendole comunque di far rimanere la scaltra cameriera un perno centrale della narrazione.
Don Alfonso a cui ha dato voce Abramo Rosalen è apparso inizialmente più un uomo astioso e forse invidioso, che non  uno desideroso di infondere saggezza nei giovani soldati suoi amici, corretto dal punto di vista vocale ma che nel procedere degli eventi è sembrato quasi dissolversi togliendo spessore al personaggio.
La direzione ci ha lasciato un po’ perplessi, Oleg Caetani ha diretto Mozart come fosse Rossini, ed ha prestato, ci è sembrato, più attenzione ai recitativi, cesellati ed accuratissimi, che non al resto spesso portato avanti con tempi stretti, in accelerando, negando profondità a momenti nei quali Mozart ha inserito nelle note, ma soprattutto negli spazi tra le note, malinconia, riflessione, attesa, struggimento, erotismo.
Precisissimo il coro preparato da Francesca Tosi.
Al termine della rappresentazione in un teatro pieno, il pubblico triestino disciplinato ed estremamente educato, composto anche di “nuove leve” che all’opera fa sempre piacere vedere e che speriamo di vedere in numero sempre crescente, ha tributato il giusto riconoscimento a questo spettacolo elegantissimo e soave (come il vento mozartiano che ci è sembrato di ritrovare all’uscita di questo teatro a pochi metri dal mare).

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