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Ecuba-Remigio, la regina del Festival Valle d’Itria 2019

Fotografie Clarissa Lapolla


di Andrea Zepponi

Il Festival della Valle d’Itria a Martina Franca chiude alla grande con “Ecuba” di Nicola Antonio Manfroce. Straordinaria l’interpretazione di Carmela Remigio.

ECUBA

  • Tragedia lirica in due atti
  • Libretto di Giovanni Schmidt
  • Edizione critica a cura di Domenico Giannetta
  • (Edizioni del Conservatorio di Musica “Fausto Torrefranca”, 2017)
  • Direttore Sesto Quatrini
  • Regia, scene e costumi Pier Luigi Pizzi
  • Luci / Regista assistente Massimo Gasparon
  • Achille Norman Reinhardt
  • Priamo Mert Süngü
  • Ecuba Lidia Fridman (30 luglio) – Carmela Remigio (4 agosto)
  • Polissena Roberta Mantegna
  • Teona Martina Gresia
  • Antiloco Lorenzo Izzo
  • Duce greco Nile Senatore*
  • Orchestra del Teatro Petruzzelli di Bari
  • Coro del Teatro Municipale di Piacenza
  • Maestro del Coro Corrado Casati

Nuova produzione

*Accademia del Belcanto “Rodolfo Celletti”

L’opera Ecuba (1812) di Nicola Antonio Manfroce (Palmi 1791 – Napoli 1813) ha avuto il suoexploit nella serata conclusiva del Festival della Valle d’Itria a Martina Franca la sera del 4 agosto scorso grazie soprattutto alla straordinaria interpretazione di Carmela Remigio nel title-rôlecon cui ha riscosso un netto successo personale. Le nubi sulla riuscita dell’esecuzione si stavano addensando fin dall’apertura dell’opera, quando a certe sbavature della sezione dei violini nell’Orchestra del Petruzzelli di Bari diretta dal Maestro Sesto Quatrini, seguiva lo stonato assolo dell’arpa (se ne era spezzata una corda sostituita poco prima della sinfonia) che accompagnava incresciosamente l’aria di Ecuba Figlio mio, vendetta avrai (atto II, scena 3, n.11). Invero tutto può essere compreso nella sostituzione all’ultimo minuto anche di Fabio Luisi, ma, come è frequente nel teatro lirico, non basta la prontezza di cantanti, strumentisti e direttore a decretare il successo di uno spettacolo per cui occorrono diversi ingredienti e, se almeno uno di essi è la bravura, l’altro è sempre la bravura; il primo va ravvisato nella messa in scena calligraficamente impeccabile di Pier Luigi Pizzi che ha dato una ennesima prova di classicismo e di pertinenza stilistica, l’altro è stata la performance vocale-attoriale del soprano Carmela Remigio la quale ha realizzato un esempio di carisma tragico in un ruolo perfetto per le sue qualità vocali: applauditissima già alla sua prima aria A quel sen che l’ha nutrita ha incarnato il personaggio con una vocalità smagliante, nel pieno delle sue energie, padrona delle risorse stilistiche ed espressive in un repertorio ad ella congeniale che valorizza il suo profilo di artista della scena lirica. Il pubblico se ne è accorto fin da subito ed è andato in estasi alla fine dell’opera, quando, dopo il monologo da brivido della regina sul cadavere di Achille, che lei ha attirato nell’inganno mortale trasformando il matrimonio della figlia Polissena in nozze di sangue, ha prorotto nella lunga ovazione per la cantante. Abbiamo apprezzato la tensione lirica della sua lettura del personaggio sbalzato dal punto di vista vocale e gestuale con una classe superiore, la capacità di piegare la voce alle richieste stilistiche e di osare inflessioni di voce al limite della fissità a mero scopo espressivo e drammatico nello scolpire la parola con la migliore dizione: il risultato era solo bellezza e sublimità tragica con cui la Remigio ha innescato il successo dello spettacolo risultando la vera regina del Festival della Valle d’Itria 2019.

Con questo non si vuole dire che l’altra parte del cast fosse inferiore, anzi: la Polissena del soprano Roberta Mantegna, cantante di primo livello, di cui si sono già saggiate le forze alla Scala ne Il pirata di Bellini, ha brillato per ampiezza di voce e precisione di accenti; il Priamo del tenore Mert Süngü progressivamente a suo agio sulla scena, ha onorato la parte nella sua notevole estensione assegnata alla prima dell’opera, il 13 dicembre 1812, ad Andrea Nozzari – che poi sarà uno dei più svettanti tenori rossiniani – e l’Achille del tenore Norman Reinhardtanch’egli impegnato con valorosa presenza scenica e vocale nel ruolo che fu in origine di Manuel Garcia, altro celebrato cantante rossiniano del tempo. Il classicismo acceso di belcanto dell’Ecubadi Manfroce richiede dalle prime parti estensione e flessibilità nella tessitura per cui entrambi i suddetti hanno avuto filo da torcere per tutta la rappresentazione e ne sono usciti egregiamente. Apprezzati dal pubblico anche gli artisti impegnati nelle parti di fila: la Teona del sopranoMartina Gresia, vocalità generosa piegata al rigore stilistico dell’opera, il tenore Lorenzo Izzo in Antiloco (non ci sono voci di basso in Ecuba) la cui ampiezza vocale eguagliava la dizione e il tenore Nile Senatore che ha ben profilato il duce greco. Il lavoro svolto sulla pronuncia italiana dei cantanti sul risalto dato alla parola testuale in un’opera, il cui soggetto e carattere derivano dalla tragedia greca mediata dal testo francese originario della Hécube, tragédie lyrique di Jean-Baptiste-Gabriel-Marie de Milcent, era profondo e ben riconoscibile, tanto che anche gli interpreti stranieri sembravano perfettamente italiani.


Carmela Remigio in “Figlia!… E respiro ancora?”

Ecco alcuni cenni su Ecuba desunti dal programma di sala: è uno dei pochi lavori compiuti da Nicola Antonio Manfroce, promessa della scena musicale italiana di inizio Ottocento e morto a soli 22 anni nel 1813, un anno appena dopo il debutto al Teatro San Carlo di Napoli di Ecuba che si ritiene il suo capolavoro. Protagonista dell’opera in tre atti è la mitologica regina di Troia, madre dell’eroe Ettore ucciso da Achille, alla figura della quale Euripide dedica due delle sue tragedie (Le troiane e Ecuba) e ne fa l’emblema di un dolore talmente profondo e autodistruttivo da trovare in esso la ferocia per una vendetta fine a se stessa, senza riscatto né speranze. Rossini ammise che se Manfroce non fosse scomparso così presto, sarebbe stato per lui un temibile concorrente. Allievo di Furno e Tritto al Conservatorio della Pietà dei Turchini di Napoli, Manfroce debuttò con una cantata destinata a celebrare il compleanno di Napoleone, eseguita alla corte di Napoli il 15 agosto 1809. L’anno successivo venne rappresentata a Roma la sua prima opera, Alzira; arrivò quindi direttamente dal Barbaja, impresario dei teatri napoletani, la commissione per Ecuba, che al San Carlo trionfò oltre ogni possibile previsione, decretando al giovanissimo compositore calabrese una gloria tanto eclatante quanto fugace. Influenzato certamente dalla Vestale di Spontini, con Ecuba Manfroce crea un’opera di impianto severo, che al virtuosismo belcantistico privilegia l’ampio periodare e il fraseggio scolpito nei grandiosi declamati; la severità e il rigore dell’impianto formale e del vocabolario estetico utilizzato non implicano alcuna rinuncia al calore e all’espressività tipica della scuola napoletana; l’ardito utilizzo della retorica degli affetti è messo al servizio di un pathos autenticamente tragico, e sfoggia una volontà di sperimentazione armonica e formale in grado di stagliare in primo piano anche l’orchestra, quale autentico personaggio corale, molto più del coro stesso. Altamente efficace e spettacolare il succedersi di grandi scene d’assieme, come quelle del finale primo, e ancor di più nella conclusione dell’opera, in cui l’orchestra assume ruolo di protagonista assoluta, con la trasfigurazione musicale dell’incendio e della caduta della città di Troia. Sul versante scenico la realizzazione di Pizzi ha dato alla tragedia la sua dignità formale nella essenzialità dell’impianto con la consueta chiarezza e perspicacia di intenti individuando diversi livelli su cui collocare l’altare centrale (sopra vi viene deposto il cadavere di Ettore impersonato da un figurante) e le postazioni del coro ai lati, entrambe fornite di scalini; la struttura di base con un peristilio di colore bianco è servita anche alle altre due opere in programma Orfeo di Porpora e Il matrimonio segreto di Cimarosa cui il sottoscritto ha assistito. Il predominio nei costumi del viola (sdoganato a suo tempo dal regista sulla scena lirica) per le figure reali troiane e del nero per i greci stagliava le figure sullo sfondo marmoreo della scenografia il cui effetto rimandava all’occhio l’atmosfera lugubre e solenne della guerra e del lutto. La retorica della pantomima iniziale del trasporto funebre di Ettore sul tema in re maggiore (invero da opera comica) della sinfonia, tutta incentrata sulla calligrafica esaltazione della fisicità scultorea del figurante il cadavere dell’eroe troiano, peraltro privo di ferite e tutt’altro che sfigurato da Achille, sembrava tuttavia impropria e poteva ben trovare il suo posto all’apertura della prima scena dove sarebbe stata suffragata dal tono ben più tragico della musica. Il regista ha voluto evidentemente attribuire a Manfroce quell’ambivalenza che in Rossini funziona ma non nei suoi contemporanei e utilizzare la sede musicale della sinfonia, che al tempo aveva tutt’altra funzione che quella scenica, per esibire il fisico del figurante rientrato poi alla fine a ricevere gli applausi del pubblico. Indubbia efficacia anche delle luci di Massimo Gasparon, regista assistente in Ecuba. Il Coro del Teatro Municipale di Piacenza diretto dal M. Corrado Casati ha avuto la compattezza necessaria per reggere le scene di insieme e la direzione ha trovato, con tutte le difficoltà dovute al caso suddetto, la giusta tenuta agogica funzionale alla tensione tragica di uno spettacolo di oltre due ore senza alcun intervallo che tuttavia è risultato serrato, scorrevole e organicamente correlato alle dinamiche orchestrali.

Di qui il trionfo finale.

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