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Deludente “Turandot” allo Sferisterio di Macerata

Fotografie di Alfredo Tabocchini


di Alberto Pellegrino

Macerata (08.08.2017). Sentiamo il bisogno di ricordare ai lettori l’importanza del personaggio di Turandot. Per merito di Puccini e dei due librettisti Simoni e Adami, Turandot è diventata un personaggio gigantesco del melodramma, moderno, una terribile dea fredda e inavvicinabile (lei stessa ammette di non essere umana) che dispensa la vita e la morte spinta dall’odio verso il genere maschile per vendicare un’ava violentata dagli invasori tartari. Oggetto del desiderio da parte di pretendenti alla sua mano e al trono, lei reagisce sottoponendoli alla prova di tre indovinelli, riservando la morte a chi non supera la prova. Questo personaggio fortemente drammatico proviene dal profondo Oriente, dove alcune leggende parlano di una donzella avvelena con un filtro gli amanti che non superano un esame articolato su tre enigmi. Si ritrova poi Turandot in un manoscritto del Magreb, dove c’è la favola di una principessa ostile al matrimonio che propone ai suoi temerari pretendenti tre impenetrabili enigmi. Il personaggio passa attraverso un poema persiano e Le mille e una notte, dove si racconta di una principessa crudele e restia a concedersi, infine sconfitta da un pretendente che ha risolto i suoi innumeri enigmi, per arrivare in Grecia dove nasce il mito della Sfinge e di Edipo, mentre in epoca moderna Carlo Gozzi ha scritto una fiaba drammatica da cui prenderanno spunto i librettisti Renato Simoni e Giuseppe Adami.  Quando essi scelgono come soluzione dei due primi indovinelli la speranza e il sangue e per il terzo enigma è Turandot stessa (“gelo che ti dà foco/e dal tuo foco/più gelo prende”), si pongono in linea con Sigmund Freud che, nell’esaminare il mito delle tre Parche, ha visto in Lachesi la Speranza, in Cloto il Sangue e in Atropo il destino della morte cioè Turandot. A sua volta Carl Gustav Jung, partendo dalla sfida tra Edipo e la Sfinge, ha visto in questa figura femminile, che propone ai viandanti degli indovinelli la cui mancata soluzione si paga con la vita, una tendenza naturale della donna verso la distruzione del maschio. Turandot è pertanto la rappresentazione della Morte stessa che sparge intorno a sé il terrore e considera la potenza maschile un affronto alla sua femminilità: per lei l’unico rapporto sessuale possibile è una guerra tra i sessi, dove l’eros raggiunge la sua acme con la vittoria della femmina sul maschio. Puccini e i due librettisti hanno colto in pieno il fascino perverso di questa donna che, con la sua ferocia, spinge gli uomini a giocarsi la vita. Hanno conferito al personaggio una dimensione tragica e una monumentalità sacrale e crudele appena stemperata da un’iniezione d’ironia (i tre ministri) e dalla “fiabesca umanità” della dolcissima ed eroica Liù che compie per amore il supremo sacrificio della vita pur di salvare il principe Calaf. Il bacio sensuale di Calaf e il sacrificio di Liù diventano i due snodi attraverso i quali passa tutta la vicenda: la crudele e glaciale principessa si converte a un grado più elevato di umanità, superando il trauma ancestrale che la spinge a odiare tutti gli uomini, quando scopre il significato dell’amore, nella sua duplice e tragica veste del sacrificio di una donna e della seduzione di un uomo.
Dopo avere tenuto una conferenza su Orientalismo fiabesco e italico melodramma e dopo che il direttore artistico Francesco Micheli ha incentrato tutta la stagione proprio su L’Oriente, i due registi Ricci e Forte hanno del tutto cancellato in Turandot l’Oriente e la Cina e hanno optato per una lettura psicanalitica del libretto, idea non certo originale visto che nel dicembre 2015 per la Giovanna d’Arco della Scala i due registi Moshe Leiser e Patrice Caurier avevano visto la storia dell’eroina francese come la proiezione mentale di una donna affetta da delirio mistico e nel 2017 Damiano Micheletto ha collocato il suo Rigoletto di Amsterdam all’interno di un manicomio.
Per imboccare la strada della psicanalisi, i due registi hanno concepito Turandot “come donna di oggi che ha paura di diventare adulta e si rifugia nel regno della sua fantasia, sfruttando il proprio straordinario potere immaginifico a suo uso e consumo; una bambina persa nei suoi giochi, turbata dal timore di ciò che gli anni e la vita possono produrre, dissipando i sogni e le illusioni più acerbe”, cioè hanno trasformato un personaggio gigantesco al livello di una borghesuccia psicotica affetta da regressione infantile, la quale si aggira sulla scena facendo uccidere per gioco una ventina di bambini con un colpo di pistola alla testa, passeggia sopra un orso polare bianco, si rotola nel sangue e si distende sopra i cadaveri seminudi degli ex pretendenti, quando Calaf risolve i suoi indovinelli. Due giocattoli diventano anche il vecchio Timur e Liù, due elegantissimi mendicanti, lui chiuso in un perfetto smoking e lei in un inspiegabile abito bianco da sposa; senza dimenticare che il vecchio Timur è un giovane aitante e di bell’aspetto (nient’affatto cieco) che con la sua prestanza fisica sembra il figlio di Calaf. Come ultima invenzione si priva la dolce Liù di compiere il supremo sacrificio d’amore con il suicidio, ma è la stessa Turandot a ucciderla con un colpo di pistola, diventando un’assassina per giunta ipocrita, perché subito dopo segue il corteo funebre della schiva in gramaglie e occhiali neri, deponendo un mazzo di candidi fiori sul suo cadavere. È insomma la degna conclusione di uno spettacolo avulso da ogni contesto pucciniano, incapace di trasmettere emozioni coinvolgenti e quindi naufragato sulla distesa di ghiaccio polare dove è stata ambientata la vicenda. Alla fine il pubblico ha applaudito e il pubblico ha sempre ragione.
Per fare un cenno alla parte musicale, messa in secondo piano da questa molto discutibile regia, il soprano France Dariz ha fatto quello che ha potuto nel sostituire l’infortunata Irene Theorin; Rudy Park (un eroico principe vestito come un impiegato di banca) è stato un tenore urlatore che non ha saputo colorire con la sua interpretazione di un Calf piatto e senza picchi emotivi. Apprezzabile invece il soprano Davinia Rodriguez nelle vesti di Liù; bene hanno fatto anche i tre ministri interpretati da Andrea Porta, Gregory Bonfatti e Marcello Nardis. Da lodare la direzione di Pier Giorgio Morandi alla guida dell’Orchestra Filarmonica Marchigiana; da apprezzare la prestazione fornita sia dal Coro Lirico Marchigiano “Bellini”, sia dai Pueri cantores “Zamberletti”.

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