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CIVITANOVADANZA TORNA CON LA SUA XXIV EDIZIONE


di Elena Bartolucci

Civitanova Marche – Sabato 15 luglio ha riaperto i battenti Civitanovadanza, il festival internazionale della danza arrivato alla sua XXIV edizione.
Dopo gli appuntamenti all’Hotel Miramare e al Lido Cluana si è entrati nel clou del FESTIVAL NEL FESTIVAL al Teatro Cecchetti con il cantiere aperto per DUO GOLDBERG di Adriana Borriello. Il progetto coreografico definitivo vedrà la luce a novembre di quest’anno. La danzatrice e coreografa segue le famosi note di le Variazioni Goldberg di Johan Sebastian Bach, eseguite dal vivo dal pianoforte in scena: movenze irregolari e linee poco pulite e disordinate sembrano voler seguire la musica ma non danno idea di riuscirci in modo logico agli occhi degli spettatori.
Come la stessa Borriello ha spiegato, “mi lascio abitare da quei suoni a partire dal corpo che, a questo punto, è tutta me. E scrivo le mie variazioni, incorporando quelle di Bach. In scena c’è un’altra incorporazione: il pianista che suona. Faccia a faccia anche noi. Entrambi di fronte a Bach e le sue variazioni. Lui, il musicista, incarna l’udibile – invisibile. Io, la danzatrice, suono il visibile – inudibile”.
Un’esibizione apprezzata dal pubblico in sala anche se non ha pienamente convinto per il vero messaggio che intendeva trasmettere.
La serata è proseguita al Teatro Rossini con la prima assoluta di Bolero/Trip-tic del Balletto di Roma, un vero e proprio trittico coreografico ideato da tre autrici e tre ricerche legate a tre brani dei primi anni del XX secolo, composizioni ormai entrate nel repertorio, ma un tempo parte di un modo rivoluzionario di fare danza.
Per la prima coreografia di Giorgia Nardin, dal titolo “L’apres-midi d’un faune” (Resilienza) sulle famosissime note del Prélude a L’apres-midi d’un faune di Claude Debussy, il pubblico è accolto in sala da un ballerino, solo sul palcoscenico, che guarda e si lascia guardare mentre con grazia ed eleganza cambia posizione. In realtà è lui stesso il fauno che, come organismo resistente e vitale, fluisce nello spazio del palcoscenico generando continua meraviglia. Linearità, distensione e contorsione partecipano in egual misura e la sua presenza condensa molteplici significati e forme degli altri ballerini, dissolvendosi poi tra le note di Debussy.
La serata prosegue con la seconda coreografia “Stormy” (frutta della collaborazione tra Chiara Frigo e il drammaturgo Riccardo de Torrebruna) che viaggia su uno spartito musicale imprevisto come la Suite Bergamasque di Debussy e i suoi quattro movimenti, rielaborata da Mauro Casappa. Il viaggio, o meglio la migrazione, è il tema centrale che tenta di essere raccontato attraverso la danza. Le traiettorie di fuga trovano continuamente ostacoli e i protagonisti, che incontrano trappole e inganni, vagano nel nulla e procedono come stormi di uccelli. Viene affrontata anche la mitologia del viaggio attraverso la figura del Minotauro che controlla i varchi del dedalo di Minosse, tentando persino di ribaltarne gli esiti.
“Migrare è una necessità dello spirito, un’urgenza che trascende perfino la dimensione storica dei fenomeni, l’inquietudine di chi è alla ricerca di una possibile rinascita.”
La terza e ultima coreografia, “Bolero – The head down tribe” di Francesca Pennini, si affida alle celebri note di Maurice Ravel per descrivere la moderna apocalisse dove gli uomini sono tutti zombie digitali che vivono come corpi eterni ma allo stesso tempo sono metafora del consumatore compulsivo dell’odierna società di massa. Il singolo è fagocitato dal plurale indifferenziato: il corpo di ballo è una massa seriale e cannibale che corteggia un’unica preda. “Le fauci divaricate tra il sorriso e il morso o perse in masticazioni inutili, i palmi delle mani tutti orientati all’inquadratura perfetta che dichiara, in qualche modo, sono soli al mondo. Ciechi come piante che cercano la luce, i loro corpi tendono a quel corpo sonoro che li ha infettati: quel Bolero virale che, come un’esca, li attrae e poi infesta le orecchie, il cervello. Un solo sopravvissuto. Uno solo. Un danzatore che si dedica a una danza privata. Lui gode e sente. Lui, solo, non tende che al suo presente.”
Nonostante gli applausi del pubblico, nessuna delle tre coreografie, caratterizzate da una danza disorganizzata e imprecisa, entusiasma fino in fondo, in quanto concettualmente troppo astratte e di difficile comprensione.
La lunga serata del Festival nel Festival è proseguita poi al Teatro Annibal Caro con lo spettacolo De rerum natura, una prima assoluta di Nicola Galli.
Il titolo ripreso dall’omonima opera del poeta e filosofo Lucrezio in cui descrive “la natura delle cose”, una sorta di enciclopedia che illumina la “materia oscura” e svela con delicata poesia la realtà del cosmo e l’uomo. Un’opera dedicata all’unione e alla disunione degli atomi, alla vastità dello spazio, allo sviluppo temporale, alla nascita, al declino, all’intelletto e all’anima, da cui traspare uno sguardo vibrante e vivido sull’intreccio dei fenomeni naturali per raccontare l’infinita mutazione del mondo e la ciclica rigenerazione. Questa immagine di eterno movimento alimenta nella creazione coreografica il desiderio di muoversi di sei corpi, legati da un pensiero sotterraneo che scorre sanguigno sotto la superficie della pelle.
Civitanovadanza ha scelto delle performance davvero particolari e forse troppo lunghe per essere proposte nella formula Festival nel festival, che forse andrebbe rivista considerato il fatto che la presenza del pubblico è andata diminuendo considerevolmente nel proseguire della serata.

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