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“Càsina” di Plauto all’Anfiteatro Romano di Urbisaglia

Un Plauto arguto ed elegante all’Anfiteatro Romano di Urbisaglia (MC) nell’ambito del TAU (Teatri Antichi Uniti). “Càsina”: uno spettacolo misurato per efficacia e sostenuto da un grande ritmo interpretativo.


di Alberto Pellegrino

Urbisaglia (MC) – 27.07.2017. Càsina, che è stata il 27 luglio nell’Anfiteatro di Urbisaglia nell’ambito della stagione 2017 del TAU (Teatri Antichi Uniti) è sicuramente l’ultima delle commedie di Plauto, scritta nel 184 A. C. due anni prima della sua morte. Come per le altre opere del commediografo di Sarsina, essa si rifà a un modello greco e in questo caso di tratta di Difilo autore greco le cui opere sono andate perdute e sono arrivate fino a noi grazia a Plauto che, come in altri casi, le ha trasferite dalla lingua greca a quella latina. Ma come per le altre sue opere Plauto possiamo dire che ha inventano un genere nuovo come la traduzione artistica, un fenomeno letterario del tutto particolare perché Plauto mette in queste traduzioni molto di suo, elimina la suddivisione in atti, introduce parti cantate al posto di brani in versi recitati, procede all’ampliamento dei monologhi con parti prese da altre commedie e con brani scritti da lui stesso, pratica con disinvoltura la contaminatio, cioè l’intromissione di scene e personaggi presi da altre commedie, si disinteressa delle sfaccettature psicologiche dei personaggi per puntare sugli aspetti comici secondo le regole della palliata, la commedia popolare latina. Nelle “sue” commedie Plauto disponeva di adiectio (aggiunte) detractio (tagli) e permutatio (trasposizione di scene da una parte della stessa commedia all’altra o introduzione di parti da altre commedie). Questa officina teatrale è in fondo il segreto del successo delle commedie plautine presso i contemporanei e presso gli spettatori di oggi. Egli pone al centro della scena la figura del servo la cui parte viene di solito ampliata ed assume una valenza comicamente “eroica” perché egli detta lo svolgersi degli avvenimenti in mezzo a una folla di lenoni, vecchi avari e libidinosi giocando con le sue astuzie e favore dei giovani innamorati.
La Càsina è alquanto al di fuori del tradizionale schema plautino proprio perché la giovane che dà il titolo all’opera, “La ragazza dal profumo di cannella”, non compare mai sulla scena e rimane un “oggetto del desiderio” alquanto misterioso. Il secondo elemento è che il vero deus ex machina della vicenda colui che tira le fila dell’azione non è il solito servo astuto, ma Cleòstrata, una donna intelligente e scaltra, la vera padrona di casa, forte del fatto di essere una uxor dotata, cioè padrona di tutti i beni di famiglia. Sarà lei a escogitare e gestire il piano per beffare il marito e mandare a vuoto i suoi disegni per godersi le grazie della giovane Càsina. Suo marito Lisìdamo ha i tratti caratteristici del senex libidinosus, donnaiolo, fatuo, profumato, preoccupato di dare sfogo alla sua passione amorosa senza pensare ai suoi doveri di pater familias, preoccupato di ostacolare i piani di suoi figlio Eutinico ugualmente invaghito della giovane e bella schiava ma prudentemente spedito all’estero dalla madre Cleòstrata.
Olimpione (servus rusticus) e Calino (servus urbanus) litigano furiosamente perché ognuno sa di dover sposare la bella schiava: Lisidamo l’ha promessa in sposa a Olimpione, sapendo che il servo l’avrebbe messa a sua disposizione per esercitare una specie di ius primae noctis; Cleòstrata l’ha promessa in sposa a Calino per farla rimanere in casa e quindi a disposizione di suo figlio Eutinico.
La padrona di casa, con l’aiuto della sua ancella Pardalisca e della sua amica Mirrina, ha ordito un piano diabolico: le nozze tra Càsina e Olimpione verranno regolarmente celebrate, perché il servo è uscito vincitore dal sorteggio con Calino imposto da Lisidamo, ma all’ultimo momento la bella sposina sarà sostituita dallo stesso Calino che indosserà l’abito nuziale.
Da parte sua Lisidamo ha ottenuto la complicità del suo amico Alcèsimo (marito di Mirrina) che gli metterà a disposizione la propria casa affinché il vecchio possa sfogare la sua libidine sulla giovane schiava. A questo punto si svolge la scena madre di tutta la commedia: sia Olimpione che Lisidamo credono di godere di una notte d’amore con Càsina, ma al suo posto trovano un essere umano dotato di ben altri attributi ben diversi da quelli della giovane schiava. Il primo a uscire dalla casa di Alcèsimo è Olimpione letteralmente sconvolto da questa nuova e inaspettata “esperienza” amorosa soprattutto quando si è accorto che quella impugnata da Calino non era una spada. Arriva di seguito un disperato Lisidamo al quale è passata la voglia di fare l’innamorato perché quella notte nessuno gli “ha saputo fare quel che si fa a una sposa novella”. Cleòstrata è ora appagata della sua vendetta e della lezione impartita al marito, per cui lo perdona e annuncia al pubblico che la bella Càsina, l’orfanella raccolta in casa quando era una bambina, è in realtà figlia di una nobile famiglia e può pertanto sposare suo figlio Eutinico, mettendo in guardi gli uomini dal cercarsi amanti fuori della propria casa.
La commedia è stata messa in scena dal Teatro della Città di Catania con l’adattamento drammaturgico di Giuseppe Argirò che ha curato anche la regia di uno spettacolo misurato per efficacia e sostenuto da un grande ritmo interpretativo, reso vivace dalle musiche di Luciano Francisci e dai fantasiosi costumi femminili delle Sorelle Rinaldi. Giuseppe Pambieri è entrato nel personaggio del vecchio Lisidamo con la consueta eleganza interpretativa sempre condita da una sottile vena d’ironia che gli ha permesso di affrontare con leggerezza anche quei passaggi dove la comicità plautina si faceva piuttosto greve.
Al suo fianco Micol Pambieri è stata una Cleòstrata convincente per vigoria e vis comica, una uxor offesa dalla lussuria di un vegliardo e una donna risoluta e astuta nell’escogitare i suoi progetti di vendetta ben coadiuvata dagli altri interpreti Riccardo M. Tarci, Maria Cristina Fioretti, Nadia Perciabosco e Alberto Caramei. Una speciale menzione merita Vittorio Viviani che è stato un Olimpione arguto e ammiccante, sapientemente ironico anche nei passaggi del testo più “piccanti”. Pubblico delle grandi occasioni, giustamente entusiasta.

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