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Una “Carmen” affascinante e inusuale a Londra

Photo by Bill Cooper


di Alberto Pellegrino

La Carmen di Georges Bizet, trasmessa in diretta in mondovisione il 6 marzo 2018 dalla Royal Opera House, è stata uno spettacolo affascinante e originale per merito soprattutto del cinquantenne regista australiano Barrie Kosky, che ha alle spalle un’importante carriera nel campo del teatro di prosa e della lirica. La sua messa in scena di questo popolare melodramma è stata caratterizzata da una lettura altamente fisica, drammatica e nello stesso tempo ironica, che ha conferito all’insieme dell’opera un aspetto completamente nuovo. La sua interpretazione dello spartito e del libretto si distacca dalla tradizione, perché Kosky ha eliminato ogni riferimento alla cultura e al folclore spagnolo (fatta eccezione per le necessarie citazioni della corrida); ha incluso alcune parti musicali composte da Georges Bizet e normalmente non eseguite; ha affidato le parti recitate a un’unica voce femminile fuori campo, che ha ricoperto il ruolo del narratore chiamato a reggere il filo conduttore dell’intero racconto rivissuto e presentato da un punto di vista esterno e imparziale.
Il regista non manca di esplorare la natura in continua evoluzione di Carmen, che esprime la sua prorompente vitalità non solo attraverso il canto, ma anche una recitazione gestuale, una constante variazione di costumi e, in particolare, attraverso la danza, per cui la figura della protagonista mantiene intatta tutta la potenza e il fascino immortale derivante da un’inebriante combinazione di passione, sensualità e violenza.
Naturalmente l’impianto dell’opera è rimasto invariato e la regia ha dato pieno risalto a brani come la Habanera e la Canzone del Toreador, che hanno permeato la cultura popolare come pochi altri. Sotto il profilo scenografico tutto è stato risolto con una grande e ripida scala che è diventata il luogo privilegiato delle principali azioni sceniche con l’eliminazione di tutti gli oggetti di scena per puntare solo all’essenziale: petali di rose rosse per Don Jose, una lunga corda per avvolgere Carmen, un coltello per la scena finale.
Questa opera-comique è stata quindi trasformata in un’opera-balletto ambientata negli anni Venti, tra Buenos Aires e Berlino, con citazioni musicali come il tango e il charleston, con citazioni teatrali tratte dal cabaret espressionista tedesco, dal varietà e dall’avanspettacolo.
Questo è stato possibile grazie all’apporto di sei bravissimi danzatori e all’impegno coreografico degli interpreti e del coro che la regia ha movimentato per tutto lo spettacolo, rendendolo parte attiva della vicenda attraverso una gestualità molto spinta e una continua ricollocazione nello spazio.
Naturalmente lo spettacolo è stato dominato dal personaggio di Carmen che apre lo spettacolo in costume da torero e s’impegna a dirigere una banda musicale di ragazzi. Subito dopo Carmen, a sottolineare la potenza del suo carattere con i simboli della mascolinità, veste pantaloni neri e camicia bianca con cravatta nera nella scena di seduzione del primo atto, durante il quale viene avvolta e imprigionata da Don José in una lunga corda da cui si libera con sinuose movenze sensuali. Nella scena della taverna di Pastia, la donna indossa un corto abito nero e danza in modo avvincente con i ballerini, poi in modo seducente in onore di José. In montagna Carmen veste un abito nero e grigio provocatoriamente e decisamente art deco, a sottolineare la collocazione al di fuori delle righe di un personaggio che inneggia alla libertà e che sfida la profezia della sua morte nel gioco delle carte.
Nella bellissima la scena finale Carmen indossa un elegante e lungo abito con uno strascico enorme che riempie l’intera scalinata, dalla quale scende avendo al suo fianco Escamillo chiuso in un raffinato costume da torero color oro brunito con rifiniture in nero, per cui tutta la scena si presenta con i colori che sono una citazione cromatica delle tradizionali cerimonie funebri. Quando irrompe sulla scena Don José, la donna si libera dello strascico e lotta con l’uomo per la sua libertà e per la sua vita fino a quando viene uccisa.
Il finale ricalca quella sottile vena ironica che ha spesso accompagnato alcuni passaggi dell’opera: Carmen si rialza da terra e ammicca ironicamente verso il pubblico per ricordare che il suo personaggio è un mito incorruttibile, capace di risorgere dalla morte come un’araba fenice per continuare a vivere nell’immaginario collettivo.
Il personaggio è stato affidato al giovane mezzosoprano russo Anna Goryachova dotato di una grande voce e di una grande tecnica, ma anche capace di recitare e di danzare come poche altre interpreti saprebbero fare, riuscendo ad aggiungere una cifra in più al personaggio di Carmen.
Il tenore Francesco Meli, che ha indossato i panni di Don José, ha mostrato ancora una volta di essere un grande interprete di scuola italiana, dotato di un bel timbro di voce che sa essere potente e raffinato, capace di una emissione limpida ma ricca di appassionate coloriture. Il giovane soprano tedesco Anett Fritsch è stato una Micaëla delicata e nello stesso tempo piena di sentimento, mentre il basso-baritono lettone Kostas Smoriginas non si è trovato sempre a suo agio di fronte al personaggio di Escamillo. Il direttore della Repubblica Ceca Jakub Hrůša, che ha alle spalle una già prestigiosa carriera alla guida d’importanti orchestre internazionali, ha guidato l’orchestra con il giusto piglio interpretativo, riuscendo a far emergere tutta la complessa musicalità di George Bizet.

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