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Bella la “Cenerentola” andata in scena ad Ancona

Pieno successo di una bella edizione della “Cenerentola” di Rossini al Teatro delle Muse di Ancona.

Fotografie di Bobo Antic (@bobantic)


di Alberto Pellegrino

Una bella La Cenerentola di Rossini è andata in scena nel Teatro delle Muse il 12–14 ottobre 2018 in un nuovo allestimento curato dalla Fondazione Teatro delle Muse in collaborazione con l’Accademia Rossiniana Alberto Zedda del Rossini Opera Festival come contributo alle celebrazioni dei centocinquanta anni dalla morte del compositore. La Cenerentola è stata rappresentata per la prima volta in Ancona nel Teatro La Fenice, in occasione del Carnevale 1818, a un solo anno di distanza dalla prima romana; l’opera è arrivata sul palcoscenico del Teatro delle Muse nel 1829, 1838, 1882 e nel Novecento per la Fiera di San Ciriaco del 1931.
La Cenerentola è un melodramma giocoso che Gioachino Rossini ha composto nel 1817 su libretto di Jacopo Ferretti, che ha debuttato nel Teatro Valle di Roma e che, dopo un avvio stentato, è diventato in breve tempo popolarissimo. L’opera si distingue dalle altre composizioni rossiniane per la sua ardua vocalità, perché si caratterizza per la preponderanza del canto d’agilità con il quale Rossini ha voluto creare un linguaggio musicale capace di rievocare il clima fantasioso della fiaba.
Questa nuova edizione è stata affidata alla regista e coreografa Francesca Lattuada che risiede in Francia e che debutta in Italia con questa regia. La Lattuada ha fatto studi di antropologia e ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Brera, per poi lavorare come cantante e danzatrice. Dal 1990 si è dedicata alla regia e alla coreografia, creando numerosi spettacoli che sono stati rappresentati in diversi festival internazionali e sono stati prodotti da importanti teatri francesi e stranieri. Ha debuttato nel mondo della lirica nel 1999 firmando regia, scene e costumi di La Rivière aux courlis, une parabole d’église di Benjamin Britten, mentre il suo ultimo lavoro come regista, coreografa e scenografa è stata l’opera Le Ballet royal de la nuit di Isaac de Benserade, che ha ottenuto in Francia uno straordinario successo.
Gli allestimenti scenici della Lattuada tendono a uscire da itinerari e schemi prestabiliti e anche in questa occasione per la sua Cenerentola si è allontanata dalle tradizionali fiabe presenti in quasi tutti i continenti a cominciare dalla Cina del IX secolo. In Europa la storia è stata ripresa nel Seicento da Giambattista Basile (La gatta Cenerentola), in Francia da Charles Perrault e in Germania dai Fratelli Grimm. In tutti questi autori “l’appellativo di Cenerentola – dice la Lattuada – identifica il carattere di subalternità del personaggio e la relazione tra cenere e povertà. Dobbiamo a questa immagine convenzionale il perpetuarsi, nel balletto come nell’opera, dell’apparire sulla scena di questa poverina in cenci intenta a spazzare il pavimento”.
La regista non ha voluto presentare la giovane come una specie di schiava che fa da serva al patrigno e alle sorellastre, ma ha fatto riferimento alla forma originaria e più brutale della tradizione secondo due versioni, una còrsa e l’altra sarda, nelle quali il “marchio” della cenere si spiega perché il personaggio ha ucciso sua madre, comunque amata, gettandone il corpo in un baule, dopo averlo tagliato in due: la parte alta santificata e la parte bassa animalesca.
La protagonista in questo spettacolo è pertanto una Cenerentola eretica e ribelle che si presenta in scena all’aprirsi del sipario impugnando minacciosamente un lungo coltello da cucina, mentre nel palcoscenico nudo risuonano le parole magiche da cui tutto ha inizio: «Una volta c’era un reSprezza il fasto e la beltà. E alla fin sceglie per sé l’innocenza e la bontà”». Siamo già di fronte a un progetto di vita messo a punto non più secondo lo stereotipo della vittima oppressa, ma elaborato da un’eroina che è in attesa dell’occasione propizia per liberarsi della sua condizione di oppressa, pronta a tessere le fila per forgiare il proprio destino. È lei, infatti, a condurre il gioco, a manipolare le due sorelle rivali che si muovono sulla scena come due bambole frivole e vezzose, a ingannare il tirannico patrigno, a volgere a proprio favore gli eventi.
Cenerentola, collocandosi sempre al centro della scena ogni volta che appare in palcoscenico a sottolineare questo suo ruolo di assoluta protagonista, sa sfruttare l’occasione offertagli dal filosofo Alidoro per partecipare al ballo di corte (la scena clou dello spettacolo) e per affascinare il principe Ramiro con la sua grazia, lasciando nella sua mano non la fatidica scarpetta, ma una molto più erotica e ammiccante giarrettiera che la giovane si sfilerà maliziosamente dalla gamba.
All’inizio Cenerentola è attratta dal giovane domestico (sotto le cui veste si cela il principe Ramiro), rifiutando le attenzioni di Dandini, lo scudiero che ha preso il posto del suo padrone, indossando con fierezza uno splendido costume rosa che valorizza la sua umanità senza sminuire la valenza comica del personaggio. Si lascia guidare dal buon Alidoro, sintesi del potere politico e morale, che appare sempre avvolto in ieratici abiti talari e che lascia calare dall’alto la sua filosofica saggezza. Alla fine accetta senza battere ciglio l’amore di Ramiro, quando scopre che non si tratta di uno scudiero ma di un principe.
Ramiro si presenta come un giovane ancora immaturo in cerca di chiarire la propria personalità («Forse un mostro sono io?») e per sottolineare questa sua indeterminatezza egli ama mescolarsi a un popolo di plebei, una specie di corte dei miracoli che sostituisce il fastoso popolo dei cortigiani. Si arriva infine al coup de theatre conclusivo con Cenerentola che appare in alto avvolta in ricche vesti dorate e con una corona aureolata come una “Madonna nera”, a sottolineare che la scalata dall’emarginazione fino ai vertici della felicità non conosce discriminazioni di classe e di razza.
La direzione del M° Giuseppe Finzi ha messo in evidenza tutta l’intensità della musica rossiniana che riesce a evidenziare tutti gli aspetti della fiaba, anche quelli più nascosti e censurabili. “Nell’opera – dice Francesca Lattuada – la musica dirompe, si slancia con velocità come una freccia diretta al cuore.  Questo è il segreto della pirotecnia vocale svelata in questo bel canto. Ornamenti, fioriture e melismi assumono senso in quanto tutta questa esagerazione, richiesta dal genere “buffo”, si mantiene su un piano di pura superficialità rispetto a ciò che l’opera cela di più profondo”.  Lo spartito riesce a segnare il percorso che vede da una parte agire aridi personaggi come il tronfio Don Magnifico, come Clorinda e Tisbe, due inconsistenti sorelle siamesi che si muovono come davanti a uno specchio, come marionette mosse da un filo invisibile; dall’altra parte conduce verso il trionfo e la rinascita finale della protagonista. Come un dovuto omaggio all’autore, lo spettacolo si è aperto con la presenza sulla scena con un Rossini che ha riassunto attraverso la danza e il mino gli elementi essenziali del suo mondo musicale durante tutta l’esecuzione della celebre sinfonia, che rimane una delle pagine musicali rossiniane più affascinanti e originali per il contrasto tra il solenne primo tempo e lo scherzoso secondo tempo. All’apertura del sipario hanno cominciato a muoversi, sulla disadorna scena voluta dalla Lattuada, con studiate movenze di danza tutti i personaggi che hanno indossato gli splendidi e coloratissimi costumi disegnati da Bruno Fatalot, mentre le luci di Lucio Diana hanno disegnato lo spazio con elegante efficacia, toccando il culmine nella scena del ballo di corte.
È indispensabile porre l’accento sulla validità dell’intero cast formato da giovani interpreti che hanno brillantemente superato gli ostacoli del pirotecnico canto rossiniano. Il soprano Giorgia Paci e il mezzosoprano Adriana Di Paola sono state due perfette sorellastre siamesi, non solo sotto il profilo vocale ma anche nelle movenze e negli atteggiamenti da bambole meccaniche. Per quanto riguarda le parti maschili, il baritono Daniele Antonangeli è stato un solenne Alidoro, mentre il baritono Clemente Antonio Daliotti è entrato nei panni di Dandini con una bella vocalità e con una frizzate interpretazione; il baritono spagnolo Pablo Ruiz ha reso credibile il personaggio Don Magnifico, al quale ha impresso un efficace taglio comico senza mai cadere nel buffonesco. Il giovane Pietro Adaini è stato un convincente e appassionato Principe Ramiro con una bella estensione vocale da tipico tenore rossiniano. Il mezzosoprano rumeno Martiniana Antonie, che l’anno precedente abbiamo ammirato sempre alle Muse nel Barbiere di Siviglia nei panni di una convincente Rosina, ha debuttato come Cenerentola riuscendo, dopo un certo impaccio iniziale, a rendere con efficacia il complesso personaggio secondo la particolare impostazione voluta dalla regia.

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