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Bel “Don Giovanni” di Mozart al Teatro Verdi di Padova

Fotografie di Giuliano Ghiraldini


di Roberta Rocchetti

Abbiamo assistito al Don Giovanni di Mozart andato in scena nel bellissimo Teatro Verdi di Padova gremito di pubblico. Qualche lacuna registica non ha inficiato l’ottimo cast delle giovani voci.

L’opera più profonda, carica di simboli e significato di Wolfgang Amadeus Mozart è andata in scena domenica 29 dicembre sul palcoscenico del Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Padova.
Don Giovanni, l’antieroe tentato dalle fiamme dell’inferno ha ancora una volta affascinato il pubblico a più di due secoli da quel 29 ottobre 1787 quando vide la luce o meglio l’ombra, la prima volta al Teatro degli Stati Generali di Praga.

In questa produzione in collaborazione col Teatro sociale di Rovigo il regista, scenografo e costumista Paolo Giani, il quale ha anche gestito le luci, dà vita ad atmosfere cupe, essenziali e notturne, la suggestiva scenografia si avvale di fondali mobili a effetto trasparenza sui toni del grigio atti a enfatizzare la sensazione di presagio costante.

“In amaro potrìa terminar” dice Zerlina, ma questa opera comincia anche in amaro con l’uccisione del Commendatore, una parabola già segnata al suo inizio da un assassinio compiuto da un soggetto che brama la tenebra forse più per avere pace che per provare il proprio coraggio, non per nulla alcune delle immagini sui fondali richiamano l’isola dei morti di Bocklin.

I costumi carichi di simbolismi cromatici e citazioni ci hanno riportato alla mente a volte il Dracula di Coppola a volte il Don Giovanni di Losey (girato in Veneto, dunque doveroso omaggio), soprattutto i valletti del burlador si sono spesso aggirati sul palco come tanti cloni del silenzioso Eric Adjani.

La regia ci ha in alcuni punti lasciato perplessi, soprattutto nel primo atto quando l’impressione che i protagonisti andassero incessantemente avanti e indietro senza mettere in scena un’azione vera e propria è stata forte, più finalizzati i movimenti nel secondo atto non hanno però dissipato del tutto la sensazione di aver perso delle occasioni per sfruttare a livello drammaturgico i meravigliosi spunti offerti da Mozart e Da Ponte.
La direzione d’orchestra di Jordi Bernàcer che ha guidato L’Orchestra di Padova e del Veneto è risultata capace di scavare nelle tensioni volute dal genio salisburghese ma a volte incoerente nella scelta della linea stilistica e nel secondo atto lo scollamento tra palco ed orchestra è risultato più evidente.

Sul piano degli interpreti Andrei Bondarenko è un Don Giovanni credibile sul piano fisico e dotato di una voce adatta al personaggio, andava forse più cesellato sul piano del carisma, della signorile seduttività legata all’ossessione della conquista che qui è sembrata un po’ latitare, andava insomma più sostenuto dal lato recitativo, ma su quello vocale lo abbiamo trovato ottimo.

La Donna Anna di Ekaterina Bakanova è stata ineccepibile, voce ferma, dotata di squillo ed agilità nonché del vigore drammatico ha evidentemente anche sopperito di sua iniziativa ad alcune lacune registiche creando un personaggio credibile sotto il profilo drammaturgico, personalità forte ed incisiva ha trasmesso al pubblico le emozioni e le contraddizioni della tormentata figlia del Commendatore.

Buona anche la Donna Elvira di Anastasia Bartoli, l’ingresso con “Ah chi mi dice mai” ha messo subito in luce le ottime capacità vocali, il registro corposo nei centri, l’espressività drammatica, la scelta del direttore di farla esibire in un “Mi tradì quell’alma ingrata” frenetico ha un po’ sacrificato le sue ottime peculiarità a favore di virtuosismi meramente vocali che comunque la Bartoli ha sostenuto ottimamente.

Sciolto e disinvolto sulla scena, nonché centrato dal punto di vista vocale il Leporello di Mirco Palazzi così come il Masetto di Daniel Giulianini, due interpreti che a quest’opera hanno molto da offrire.
La Zerlina di Michela Antenucci ci ha pienamente soddisfatto, la freschezza e l’agilità della sua voce nonché la scioltezza in scena sono state pienamente in linea con le necessità del dare vita alla maliziosa ma al contempo ingenua contadinella.

Ottima scoperta anche il Don Ottavio di Andrei Danilov, esente da leziosità, con note calde e drammatiche nella voce ha dato spessore ad un personaggio troppo spesso reso con eccesso di maniera, nonostante si imbelletti di cipria per tutto il tempo dell’aria “Il mio tesoro intanto” e la concluda con una vanitosa puntatura la sua voce tradisce una sincera partecipazione alle pene della donna che ama, resa empaticamente al pubblico grazie anche ad un fraseggio perfetto.

Potente e inquietante il Commendatore di Abramo Rosalen, personaggio chiave, di cui spesso si sottovaluta l’importanza per rendere appieno il magnifico finale mozartiano, in questo caso perfettamente centrato dalla professionalità del giovane basso.
Un ottimo cast giovane, preparato e dotato, a dimostrazione ancora una volta, qualora ce ne fosse bisogno, che le voci ci sono eccome.

Si evidenzia spesso analizzando delle opere liriche come alcune di esse siano attuali, ma nessuna crediamo lo è quanto Don Giovanni.

In un periodo storico in cui le sindromi narcisistiche che trovano una loro amplificazione attraverso i social media creano dei veri e propri filoni terapeutici a livello psicologico e psicanalitico, la vicenda dell’uomo che non riesce mai a soddisfare la propria fame di amore a causa della propria incapacità di amare altri che se stesso sembra scritta oggi.

Nella scena della cena di questa produzione a Don Giovanni non vengono offerte sul tavolo pietanze ma donne, a simboleggiare un nutrimento che non sfama un’anima che sa saziarsi solo della contemplazione della proprie conquiste, ma sempre per poco tempo prima che la dannazione della fame spinga di nuovo il predatore verso nuove vittime destinate al macello.

E mentre la scenografia ci offre una magnifica luna che diviene in maniera ingannevole per poco tempo piena e luminosa per poi cominciare a calare mano a mano che la sorte del protagonista va verso la sua inevitabile eclissi, non possiamo non apprezzare all’interno di un bellissimo teatro come il Verdi di Padova, in questa serata gremito di un pubblico soddisfatto, il miracolo che con una preveggenza e una modernità incredibili ci hanno offerto Wolfgang Amadeus Mozart e Lorenzo da Ponte. Forse preveggenza o forse “la vita è sempre ugual”, chissà.

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