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“Bartali” di Paolo Conte, una pennellata di musicale neorealismo


di Fernando Romagnoli

Bel saggio su una delle canzoni culto di Paolo Conte, Bartali. L’analisi puntuale è accompagnata dai video della canzone interpretata da Conte e Jannacci.

Una canzone di grande successo, uno dei suoi pezzi più iconici, famosi e amati: un quadretto d’epoca, una magistrale pennellata di musicale neorealismo (l’Italia degli anni ‘40 – ‘50), che fa appello a nostalgie. Una canzone di grande successo, uno dei suoi pezzi più iconici, famosi e collettive e in cui Conte riesce, “mirabilmente”, come scrive il poeta Maurizio Cucchi, “a fondere figure e situazioni con il loro autentico suono”. E proprio in questo, aggiunge, risiede la sua “eccezionalità”.

Il ritmo, infatti, restituisce sapori antichi, echi di musica popolare, giocato com’è su un tempo bandistico, tipico di una certa canzone d’epoca italiana. Un ritmo di facile orecchiabilità, da orchestrina “strapaesana”, vispo, saltellante, divertente. Reso ancora più scoppiettante da quel classico, buffo e curioso zazzarazaz, “grattato”, con signorile, sorniona nonchalance, dall’avvocato dentro il microfono. Una bizzarra incursione futurista, quasi una sardonica stilettata, un allegro sberleffo ai francesi che si incazzano, e che però, nonostante un notevole giramento di balle, ci rispettano, e sicuramente ci invidiano. L’Italia non era più il Paese inaffidabile e da operetta, tragico e buffonesco del regime fascista, che aveva, nel 1940, con un’autentica pugnalata alle spalle, dichiarato guerra a un popolo (i cugini d’Oltralpe, da sempre amici-nemici) già a terra, stremato dall’occupazione nazista (da qui le balle che ancora gli girano. E si capisce!). Bartali aveva vinto un Tour de France ed era anche l’epoca, non dimentichiamolo, di Fausto Coppi, il Campionissimo, il loro amatissimo Fostò. L’Italia sbaragliava e sbranava gli avversari su tutti i fronti, anche nel calcio (la nazionale di Vittorio Pozzo aveva da poco vinto due Mondiali).

Un ritmo, quello di Bartali, che è anche un saliscendi, tutto salita e discesa, come in una tappa del Tour che si rispetti. Un ritmo “pedalante”, che arranca, si inerpica, decolla e poi, arrivato “in cima”, si tuffa giù, si lancia, precipita, come ciclisti gregari in fuga. Così Conte magistralmente “schizzerà”, in Boogie, i musicisti, un tutt’uno col soffitto e il pavimento, con quei saxes che spingevano a fondo, in quell’orchestra di un mondo mitico (L’epoca d’oro del jazz), che si dondolava come un palmizio /davanti a un mare venerato.

E si comprende subito che il ciclismo non è soltanto, per lui, banalmente e semplicemente, fascinazione e passione, ma anche una preziosa cartina al tornasole per resuscitare un mondo adulto/dove si sbagliava da professionisti, e insieme una straordinaria metafora dell’esistenza.

E sembra quasi di vederlo Bartali, in questo giorno in arancione, appiccicoso di caucciù, alzarsi sui pedali e inerpicarsi, tra luce e polvere, su per le Dolomiti o sulla groppa del mitico, spietato Galibier.

“Una canzone”, tuttavia, in cui, più del campione, il vero protagonista è lo spettatore, la sua attesa spasmodica, scalpitante, che la figura di Bartali, alonata di mito, si materializzi davanti ai suoi occhi, come un’apparizione miracolosa, una mistica epifania .Una canzone, ha affermato Paolo Conte, “in cui non si parla tanto di sport, ma di esistenza umana, dell’attesa dell’uomo qualunque che aspetta che dietro una curva spunti un sogno in forma di ciclista”.

Ma veniamo al testo, anche se, come ammonisce Umberto Fiori, “una canzone non è solo un testo scritto, (…) è anche musica, è anche canto”.

Anche qui è la mano abile di un pittore (quale Conte, sappiamo, in effetti è) a disegnare, con pochi tratti felici e incisivi, una storia di cui è protagonista (protagonista evocato e miticamente celebrato, si badi; non, come detto, reale, effettivo) Bartali, certo, la cui figura (il cui naso) si accampa enorme, fin dal titolo (quel naso triste come una salita / quegli occhi allegri da italiano in gita), ma anche, come quasi sempre in Conte, un lui e una lei. Il giovanotto che, scalpitando sui suoi sandali, vuole restare sullo stradone / impolverato ad aspettare il campione che da quella curva spunterà e la signorina che invece, come ha detto proprio Gino Bartali, il leggendario “Ginettaccio”, commentando la canzone, “rompe le scatole”, perché vuole andare al cine. E ha aggiunto (la sua originale “ricetta” per evitare che “le mogli” facciano “confusione”): “Il protagonista della canzone ha fatto bene ad aspettare Bartali, perché le mogli stanno bene al cinema quando c’è lo sport, altrimenti fanno confusione. Il vero sportivo deve andare solo sul percorso e se anche dovesse andare con la moglie è meglio che la sistemi cinquanta metri più avanti…”.

Farà piacere un bel mazzo di rose / E anche il rumore che fa il cellophane / Ma una birra fa gola di più /In questo giorno appiccicoso di caucciù / (…) / Oh, quanta strada nei miei sandali / Quanta ne avrà fatta Bartali / Quel naso triste come una salita / Quegli occhi allegri da italiano in gita / E i francesi ci rispettano / Che le balle ancora gli girano / E tu mi fai – dobbiamo andare al cine – / – E vai al cine, vacci tu. – / È tutto un complesso di cose / Che fa sì che io mi fermi qui / Le donne a volte, sì, sono scontrose / O forse han voglia di far la pipì…

Il tono è affabulatorio e colloquiale, intriso di venature umoristiche (e i francesi ci rispettano / che le balle ancora gli girano) che, come in tutti i testi di Conte, impediscono ogni sconfinamento in una costruzione sentimentale o melodrammatica o insomma di tono alto: “Ho bisogno di controbilanciare sempre le cose. Ho bisogno di ironia”. “Io”, dirà anche, “sono portato naturalmente al pianto, eppure mi sforzo di far ridere. Da ciò deriva la vena malinconica del mio umorismo”.

C’è sempre, nei suoi testi, nella sua poetica “sghemba”, “obliqua”, originalissima, una galleria di parole desuete, demodé, intrise di un profumo d’altrove, gonfie di esotismo. Qui, ad esempio,cellophane caucciù.

Personalissime e inedite sono anche le rime, giocate, a volte, in chiave ironica: più / caucciù; qui/ pipì. E ci corre irresistibilmente sotto la penna il nome di Gozzano, il poeta de La signorina Felicita ovvero la felicità, Gozzano che, come disse Montale, “dette scintille”, facendo “cozzare l’aulico col prosaico”; facendo rimare, ad esempio, Nietzsche con camicie. O costruite nel ricorso a parole strane, curiose, bizzarre, estranee al tipico armamentario dei parolieri nostrani. I versi, memorabili, evitano accuratamente il pigro ricalco di moduli e stilemi tradizionali, e il troncamento viene realizzato senza ricorrere alle interiezioni, alle frasi fatte, alle banalità di rito, alle zeppe. Senza frequentare, insomma, i territori spesso battuti dai parolieri di una lingua, la nostra, assai difficile da musicare.

Ad esempio, nonostante la parola ancora, nel verso che le balle ancora gli girano, abbia una posizione che ne favorisca il troncamento, per fini melodici (eufonici ed euritmici), questa operazione troppo abusata e troppo scontata non viene praticata. Così è anche, su un altro versante, per l’inversione (usata solo una volta: che descriverti non saprei). Strepitoso è anche l’enjambement realizzato nei versi Mi piace restar qui sullo stradone/Impolverato, se tu vuoi andare, vai. Dove l’aggettivo impolverato assume una duplice valenza, nel qualificare, contemporaneamente, lo stradone e l’io narrante, protagonista, lo spettatore.

Inesplorate, partorite dal suo estro linguistico, sono le sinestesie: (questo giorno) si gonfia di ricordi che non sai; abbaia la campagna.

E originalissime, surrealistiche, le similitudini, costruite su realtà apparentemente inavvicinabili e inconciliabili: quel naso triste come una salita. Inconciliabili forse per noi. Sentiamo infatti Conte: “Coppi o Bartali? È tutta una questione di nasi. Il naso di Coppi è rispettabile, sì, ma astratto. È solo suo. Mentre quello di Bartali è un naso comune, un naso della banalità. Un naso come il mio. È il naso dell’uomo in bicicletta. Non è un naso da campione”. È un naso triste da italiano allegro. L’”irriverente”, sulfureo e “fumino” Ginettaccio, parecchi anni dopo l’uscita del disco (si trattava, per la cronaca, di un brano contenuto nell’album Un gelato al limon, del 1979) incontrò il suo autore e, nel ringraziarlo, non mancò tuttavia di sferrargli, così, con sanguigna e “simpatica” nonchalance da toscanaccio verace, e senza il minimo diplomatico ritegno, un fendente basso; anzi due, per la verità: “Te lo devo dire: c’è una strofa che mi fa incazzare: cos’è ‘sta storia del naso triste come una salita? Io a naso non sto male, ma te ti sei visto che nappa ti ritrovi? “E aggiunse, a rincarare la dose: “Comunque preferisco la versione di Jannacci”.

Vorremmo ora lasciare la parola ad Umberto Fiori, che in un’analisi molto interessante, originale, nella quale prende in esame, tra l’altro, la seconda strofa della canzone, soffermandosi su alcune “sottili trasgressioni” liriche all’interno del testo, riesce a gettare una nitida luce non solo su alcune caratteristiche della scrittura di Conte, ma anche sul “personaggio” e sul “ruolo della voce nella canzone”. Quella voce stonata e rasposa, strascicata e legnosa. Sullo stile, insomma, inimitabile, dell’avvocato di Asti. Riportiamo, quindi, di seguito, la strofa analizzata e il commento del critico:

Sono seduto in cima a un paracarro /E sto pensando agli affari miei / Tra una moto e l’altra c’è un silenzio/ Che descriverti non saprei.

Dal tono basso, colloquiale dei primi due versi, rinforzato dalla posizione terminale di quel vilissimo paracarro (greve e ingombrante anche come parola), si passa nel terzo al facile tono lirico che sale gradualmente dalle moto al silenzio. Il quarto verso è un piccolo capolavoro di ambiguità: decollo o tonfo? Decollo, se si prendono sul serio il lirismo del verso precedente, l’inversione (che descriverti non saprei per: non saprei descriverti) e la dichiarazione di ineffabilità del silenzio tra una moto e l’altra, se cioè si prendono sul serio, in blocco e acriticamente, la canzone come genere e la sua pseudopoesia stereotipata; tonfo, nel caso contrario. Ma tonfo che riscatta e in qualche modo illumina di luce nuova tutta la pseudopoesia, perché la distrugge solo per nutrirsene, per sviluppare energia umoristica dalla sua inerzia solo ridicola. Sta all’ascoltatore decidere, qui come in altre occasioni, come e se sciogliere l’ambiguità, tra poetico e prosaico, tra sublime e ridicolo, tra idillio e gag, tra lingua letteraria (canzonettistica) e lingua parlata, che si realizza nelle rime, nelle scelte e negli accostamenti lessicali, nella sintassi […]. Abbiamo già detto che la musica di Bartali si limita al ricalco di uno stereotipo. Se si ascolta però un’esecuzione qualsiasi realizzata da un cantante qualsiasi ci si rende conto del ruolo di quello stereotipo e insieme del ruolo della voce nella canzone: quello che viene a mancare non è tanto un timbro o un’interpretazione gradevole in sé, quanto un polo di qualcosa di paragonabile alla metafora o alla rima in poesia, una figura essenziale che risulta dal rapporto tra una maschera fonostilistica, vocale, mimica, e il “fondalino” musicale.

Senza il realismo della pronuncia astigiana di Conte, senza il suo gesto sornione da pianista dilettante, insomma senza il personaggio, la canzone si affloscia, la musica torna ad essere un clichè attaccaticcio; anche il senso di molte parole si orienta alla rovescia, tutta la tensione si allenta, non è più credibile, quello che risultava umoristico appare solo ridicolo, imbarazzante. […] l’ascoltatore di canzoni sa che in quel genere c’è sempre qualcosa che “sta fermo” ma c’è spesso qualcos’altro che “si muove” spostando il punto di vista, mostrando anche la banalità in una prospettiva inedita, rinnovandola attraverso lo straniamento (…). Ovviamente, questo processo può essere o non essere utilizzato dai singoli autori, può portare a risultati più o meno ricchi o addirittura mettersi al servizio dello stereotipo, del suo riciclaggio; ma proprio su questo punto” (ed è esattamente qui, verso questo esito, che tende l’analisi di Fiori) “si misura la differenza tra canzonetta e canzonetta d’autore”.

E tramonta intanto, in arancionequesto lungo giorno, appiccicoso di caucciù. E sempre, lì, mentre il protagonista aspetta, da ore e ore, il passaggio del campione, di vivere il brivido stordente di un lampo, il suo “sogno in forma di ciclista”, la signorina che “rompe le scatole”, perché vuole essere portata al cine.

Le donne, nella loro perenne estraneità e alterità sono, nelle canzoni di Conte, quasi creature di un altro mondo. Abitano un universo parallelo, cui è difficile accedere, di cui non si conoscono le chiavi. L’universo femminile è sfuggente e incomprensibile e la donna è spesso algebrica scontrosa, inafferrabile, esigente, imperscrutabile. Non amavano il ciclismo, fatica e sudore, universo maschile, e odiavano il jazz/non si capisce il motivo. ”Le donne”, scrive Patrizia Carrano, ”hanno, nella poetica di Paolo Conte, gli occhi vitrei di un idolo del quale non si conoscono a fondo le esigenze, sempre immaginate, sempre supposte, sempre intuite, mai acquisite. Ma sono intuizioni, lampi, baluginii sempre sottoposti all’errore, sempre passibili di inganni”.

E tramonta questo giorno in arancione/E si gonfia di ricordi che non sai/Mi piace restar qui sullo stradone/Impolverato, se tu vuoi andare, vai(…)Tra i francesi che si incazzano/E i giornali che svolazzano/C’è un po’ di vento, abbaia la campagna/E c’è una luna in fondo al blu/Tra i francesi che si incazzano/E i giornali che svolazzano/E tu mi fai, dobbiamo andare al cine/E vai al cine,vacci tu. Zazzarazaz…Zazzarazaz…Zazzarazaz…

Bartali, una canzone che riesce, mirabilmente, a resuscitare un’epoca, e un’epica. Quella del ciclismo eroico, delle strade polverose, della fatica muta e bianca che non cambia mai, come canterà Gino Paoli in quell’altro capolavoro di musica e poesia che è Coppi. E quest’epoca Paolo Conte ce la restituisce intatta e fragrante, con tutto il suo sapore, il suo colore, il suo profumo. Come solo sanno fare la grande poesia e la grande letteratura.

Ma su questo punto l’avvocato non sarebbe certo d’accordo con noi. “La canzone”, affermò una volta, “non è letteratura, l’arte della canzonetta è diversa, è pur sempre spettacolo. In concerto io mi sento un equilibrista, che in qualche modo deve arrivare in fondo. E se arriva l’applauso, è proprio l’applauso da circo, da saltimbanco che mi interessa, più della ricerca che qualcuno ha fatto, magari molto bene, sulle mie canzoni”. Eccomi dunque servito. Questa “ricerca”, questa analisi, questo articolo, potrebbe apparirgli, dunque, come un imperdonabile, esagerato sproloquio. Forse lo catalogherebbe, come tante altre cose del suo universo, sotto la voce “piaceri sopportati”. O magari (come in Nessuno miama) gli verrebbe da cantare, con il suo incomparabile stile, ruvido e sensuale, con quella facciaun po’ così e quella voce rugginosa, di carta vetrata, impastata dal fumo di mille sigarette, una voce che “gratta le parole e graffia l’anima:” Facciamo un po’ di letteratura con la miseria della mia bravura.

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