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“Ballate per uomini e bestie”, il nuovo album di Vinicio Capossela


di Alberto Pellegrino

Analisi delle canzoni del nuovo disco di Vinicio Capossela “Ballate per uomini e bestie”, caratterizzato da una profonda carica di umanità supportata da riflessioni antropologiche e politiche.

Vinicio Capossela, dopo un lungo periodo di silenzio, pubblica nel 2011 Marinai, profeti e balene, un album che traeva ispirazione dalla poesia classica, dalle opere di Melville e Jack London per tracciare il viaggio dell’uomo nello sterminato mare della vita, raggiungendo toni musicali e poetici molto elevati. Nel 2016 Capossela compie una svolta, manifestando una spiccata vena narrativa con Le canzoni della Cupa, un’album-romanzo ispirato al mondo contadino dell’Irpinia, la terra d’origine dei suoi genitori. Nascono così dei racconti in musica decisamente originali, che esplorano e riportano alla luce un giacimento di culture, di storie e canti ormai dimenticato e talmente vasto, per cui l’autore sente l’esigenza di suddividere il lavoro in due parti distinte sul piano narrativo e musicale: in Polvere egli parla del sole, del lavoro, del grano mietuto, della terra riarsa e asciugata dal vento; in Ombra racconta  della luna e dei lupi, di cani mannari e di ladri, di apparizioni misteriose e di fughe d’amore.  

Capossela, con il nuovo album intitolato Ballate per uomini e bestie, si riallaccia in parte alle precedenti radici antropologiche e musicali, ma con un risultato decisamente superiore sul piano narrativo, perché trae ispirazione dal alcune fonti letterarie, da una visione che unisce a una profonda carica di umanità l’influenzata dell’antropologia culturale, della sociologia e dell’impegno politico. L’autore parte dalla lontana preistoria, quando l’uomo comincia a liberarsi dalle pastoie dell’animalità per andare alla conquista del logos, quindi s’immerge nella contemporaneità con una rappresentazione fortemente drammatica, anarcoide e irriverente di un post-medioevo, dove uomini e animali si scambiano i ruoli fino a diventare tutti dei “poveri cristi”, vittime di verità prefabbricate, di fake news, di ossessioni consumistiche.

Siamo di fronte a un’opera di ecologia letteraria e musicale che vuole ricucire un rapporto tra la natura, l’uomo e gli animali, ponendosi in modo critico di fronte a un mondo “reale” dominato dalla paura e dagli istinti più bassi per ritornare a un mondo più “vero”, dove regnano la poesia e i valori dello spirito. Capossela rappresenta un Decamerone contemporaneo, in cui poesia, filosofia e denuncia sociale diventano gli unici strumenti validi in un tempo di pestilenza interiore che rende difficile il rapporto tra morale, politica e religione. L’autore compone un “bestiario” dove il mondo animale si contrappone a un’umanità corrotta, in cerca la gloria, ma destinata ad affogare nella mediocrità. Con piena libertà creativa, egli realizza un capolavoro che sfida la volgarità dei nostri tempi e si colloca lontano anni luce dal mondo di Amici, di X-Factor, del festival di San Remo.

Capossela racconta, in modo spietato e romantico, storie crudeli che hanno come protagonisti santi e dame, maiali e licantropi, pestilenze e peccatori, che parlano di sentimenti perduti e di amori irrisolti, di miseria, di egoismo, di alienazione e trae ispirazione dalla letteratura e dalle tradizioni popolari per creare una serie di ballate di inusitata lunghezza e bellezza, scritte in una forma libera, accompagnate da rondò, mottetti, danze medioevali e filastrocche popolari, da musiche che a volte assumono una veste barocca, oppure si rifanno alla musica folk, rock e punk.

Le incisioni della grotta di Lascaux

L’album si apre con la storia di Uro, il bovide ancestrale inciso sulle pareti della grotta di Lascaux (considerata la cappella Sistina dell’umanità), quando Antropos coperto di pelli e armato di clava solleva lo guardo al cielo e scopre di essere un uomo capace d’incidere il primo racconto del rapporto tra mondo umano e mondo animale.

Gesù di Nazareth è Un povero Cristo che scende dalla croce e ritorna sulla terra per conoscere la condizione dell’uomo che ama vivere, ma che è anche consapevole di dover morire, che ha l’anima frantumata in mille pezzi, che non ha compreso quella buona novella la quale impone di amare “il prossimo tuo come te stesso”, perché è troppo difficile da attuare in un mondo dove “una guerra è signora della terra”, per cui al “povero Cristo” non rimane che mescolarsi agli ultimi, a indossare l’abito del silenzio.

La peste è il brano più complesso e apocalittico dell’intero album, con espliciti richiami ad Antonin Artaud (Il teatro della peste) e ad Albert Camus (il romanzo La peste) che gli servono per costruire una terribile metafora del mondo contemporaneo colpito da un’epidemia silenziosa che miete vittime senza apparenti spiegazioni: si tratta di “una meravigliosa peste virale che tutti ci fa liberi che tutti ci fa uguali”, con i suoi untori disseminati nella Rete “individualista e collettiva”, nella quale si diffonde un’orgia di “sangue e fornicazione”, dove tutti si sentono connessi e “disconnessi al mondo”, dove nessuno guarda con amore la natura, non parla più direttamente con gli altri, ma si accontenta di vedere se stesso fissato in un fermo immagine.

Con il brano Danza macabra si ritorna agli affreschi medioevali effigiati sulle pareti o sulle facciate delle chiese, che raffiguravano schiere di scheletri danzanti seguiti da uomini che rappresentavano le diverse classi sociali dell’epoca: umili contadini e artigiani, imperatori e papi, principi e prelati tutti uniti nel segno del potere temporale, ma anche uniti nel memento mori (“ricordati che devi morire”). Capossela compone un grande affresco che ricorda le atmosfere del Settimo sigillo di Ingmar Bergman, un tragico giudizio universale che lascia dietro di sé solo cadaveri, senza tuttavia rinunciare alla sua tradizionale vena ironica nel rappresentare questo girotondo della Morte che non rispetta nessuno e che avvolge nella sua tragica danza “papi e vescovi, plebe e volgo, ricchi e nobili”, impugnando il suo vessillo sopra il quale sta scritto “Oggi a me, domani a te” (Hodie mihi, cras tibi), imponendo il suo trionfo sul mondo nel segno di una totale uguaglianza (“Voglio solo voi e non vostra ricchezza”).

Il testamento del porco è il brano più lungo dell’album, nel quale un ironico maiale scrive alla sua amata consorte per ricordare quando ruzzolavano felici nel fango con la gioia di divorare ogni cosa senza mai saziare il ventre, senza un pentimento, senza mai guardare le stelle. L’animale, sulle soglie della morte, decide di suddividere il corpo in diverse parti: la lingua ai litigiosi, la carne fresca ai lussuriosi, il grugnito a chi compra l’amore, le cotenne ai pavidi, le setole ai politici e ai mediatici, lo stinco ai santi, il muso “a chi ha la faccia come il culo”, la vescica ai bambini per farne palloncini, le unghie ai ladroni, i denti agli assassini, rotoli di salcicce ai gaudenti e ai sapienti, la lussuria e la pigrizia, il piacere a la sporcizia al curato. A tutti lascia un corpo disprezzato e ritenuto immondo in vita, mentre è l’unico capace di contrastare alle due signore che dominano il mondo: la Fame e la Miseria.

La Ballata dal carcere di Reading è la riscrittura della celebre composizione poetica di Oscar Wilde scritta nel 1896, durante la detenzione in carcere, in occasione della esecuzione di un soldato colpevole di uxoricidio. Capossela sa cogliere la natura più profonda di quei versi che esprimono la pietà per un uomo infelice divenuto un assassino per amore e che costituiscono nello stesso tempo una dura condanna della pena di morte inflitta dagli uomini ai propri simili, un tradimento del messaggio cristiano, perché “Cristo non è morto per salvare la gente – dice Oscar Wilde – ma per insegnare alla gente a salvarsi a vicenda”.

Le Nuove tentazioni di Sant’Antonio traggono ispirazione daLa tentazione di Sant’Antonio, un racconto di Gustave Flaubert del 1874, il quale riprende il tema delle tentazioni affrontate da questo santo che riesce a resistere alle tentazioni demoniache della lussuria e del potere, del possesso di tutti i segreti dell’universo svelategli dal demonio in persona. Secondo Capossela le nuove tentazioni consistono nel rubare al demonio il fuoco che fa ardere i roghi della nuova Inquisizione su cui bruciano cristiani, neri e musulmani; nell’impadronirsi del potere nucleare per sottomettere il creato e spazzare via il genere umano; nel rendere ogni uomo un deserto spirituale da riempire con la televisione; nel trasformare l’umanità in una clientela; nell’avvelenare la natura in nome della produzione; nel mettere al posto dei miracoli le slot machine; nel ridurre a pornografia il sesso e il desiderio; nel sottomettere le coscienze con la paura per trasformare il mondo in un inferno mortale.

Con La belle dame sans merci l’autore si rifà a un componimento poetico di John Keats che nel 1819 ha tratto ispirazione da una ballata del 1424 del poeta francese Alain Chartier. Il cantautore riscrive un’elegia di amore e morte che vede un cavaliere innamorarsi della figlia di una fata, ammaliato dai suoi lunghi capelli, dal suo passo leggero, dai suoi occhi pieni di selvaggia fierezza. Dopo averlo amato e averlo addormentato in un sonno pieno di incubi, la fanciulla abbandona il cavaliere che si ritrova a vivere senza uno scopo, in una natura che appassisce e muore intorno a lui.

Nella canzone Perfetta letizia Capossela fa riferimento ai Fioretti di Francesco d’Assisi per affermare che oggi non è perfetta letizia dare la vista ai ciechi e la parola ai muti, guarire gli storpi, cacciare i demoni e resuscitare i morti, ma è perfetta letizia per chi sa accogliere con carità coloro che hanno freddo, fame e sete, coloro che sono vittime della violenza, quanti hanno il coraggio di portare la croce delle afflizioni altrui.

Il ciclo letterario si conclude con la fiaba dei fratelli Grimm I musicanti di Brema, che Capossela trasforma in una metafora della vita con la storia di un asino, di un cane, di un gatto e di un gallo, i quali sono diventati vecchi e fuggono dai loro padroni che vogliono ucciderli. Andranno a suonare e a cantare nella banda musicale di Brema per sentirsi ancora vivi e utili alla società.

L’album si chiude con il “ciclo degli animali” che inizia con la commovente storia di un uomo che scopre di essere un lupo mannaro (Le loup garou), perché ogni notte è assalito dal desiderio di carne cruda e dalla voglia di camminare a quattro zampe. Dal momento che capisce di avere “un’anima lupina”, egli vorrebbe rimane un lupo per “lasciare il reale ed entrare nel vero”, ma quando comunica agli altri questo suo desiderio perché sa di “avere il pelo sotto la pelle”, gli uomini decidono di curare la sua “malinconia lupina” e, con spirito da inquisizione, gli mozzano le zampe per riportarlo alla sua condizione umana. La giraffa di Imola è la storia di un animale fuggito da un circo: elegante e impaurita, la giraffa corre nelle strade e nei viali, tra le automobili e le case, ma la popolazione urbana cade nel panico e invoca l’intervento della polizia che, con un proiettile di narcotico troppo potente, condanna a morte il povero animale. Nella canzone Di città in città (…porta l’orso) si fondono la vita di un girovago ovunque straniero e la vita del suo unico compagno, un orso obbligato a danzare nelle piazze al freddo e al caldo. È la storia di due poveri Cristi, di due esseri senza patria legati da un comune destino fino al momento della morte dell’animale, un evento che condanna l’uomo a una perpetua solitudine. “Queste ballate per uomini e bestie – dice Capossela – nate in tempo di rinnovate pestilenze, nate per obliare la peste, finiscono per essere materia del canto e per essere un modo di fortificare gli anticorpi”. Esse trovano la loro conclusione con La lumaca, che diventa il simbolo dell’importanza della lentezza con cui affrontare la vita, per avere il tempo di fare i conti con la propria umanità, di usare il pensiero per riscoprire il valore della Storia fin dalle origini del mondo, per ridare importanza al logos, alla parola, alla voce.

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