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Apprezzata e coraggiosa “Carmen” al Pergolesi di Jesi

Fotografie di Stefano Binci


di Roberta Rocchetti

Viva, innovativa, coraggiosa e fiera messa in scena della Carmen al Teatro Pergolesi di Jesi, pur con qualche riserva.

Carmen è decisamente l’opera che più si presta a trasposizioni temporali e variazioni di qualunque genere, malleabilità che attualmente viene sfruttata anche in virtù del suo tema purtroppo di strettissima attualità, quello del femminicidio.

In questa Carmen andata in scena venerdì 20 dicembre al Teatro Pergolesi di Jesi si è attinto a piene mani a questa peculiarità dell’opera di Bizet.

La scena inizia con un Don Jose in camicia di forza e capiamo che è un epilogo dal quale la narrazione si srotolerà come un flashback, la regia di Paul Emile Fourny ambienta l’azione non tra le vivaci sigaraie, osti e contrabbandieri, ma in un gruppo di teatranti che devono allestire l’opera “Carmen” nel teatro Moriconi di Jesi, chiesa sconsacrata e di seguito consacrata all’arte scenica.

Una scena del crimine di fronte al teatro, l’opera si apre così, una donna giace sotto un telo bianco delimitato dai nastri della polizia, Don Jose è un poliziotto, ma successivamente attraverso un flash velocissimo composto di un abilissimo gioco di luci e movimenti che rende l’effetto di un fotogramma scopriamo che è stato lui ad uccidere la donna, e scopriamo subito la sua indole violenta e patologica, quando Carmen intona l’Habanera con calzature rosse è già calato su di lei l’alito della morte. Le scene di Benito Leonori essenziali ma funzionali hanno contribuito a far risaltare l’azione drammaturgica, senza dare spazio alcuno ad orpelli iconografici, ma trattenendo la sostanza.

Le parti recitate in questa opéra comique sono state leggermente variate per rendere plausibile la trasposizione nel mondo del teatro, senza tuttavia che questo abbia disturbato o alterato l’armonia dell’insieme, Lillas Pastia interpretato da Francesco Mattioni recita Baudelaire e va bene così.
Visivamente la regia, le scene ed i costumi hanno offerto una sorta di melange che alludeva ora al musical, ora al teatro d’avanguardia, ora alla tradizione, in questa libertà di espressione che slegava da vincoli di coerenza, non si è capito però perché svilire del tutto la figura di Escamillo, anche se in questo caso era un attore e non un torero, quest’uomo che dovrebbe essere un concentrato di seduzione iberica, scatenare passioni, gelosie, delitti, si presenta invece per la sua aria del toreador con abiti dimessi, al limite del buffo e con atteggiamenti da cantastorie di paese, senza la minima vena erotica o perlomeno seduttiva, né nella voce né nell’interpretazione gestuale e non capiamo perché Carmen si invaghisca perdutamente di questo Dulcamara e sia ben chiaro che non parliamo di physique du role ma di costumi (di Giovanna Fiorentini) regia, interpretazione vocale e scenica. Sergio Foresti è un buon cantante e abbiamo apprezzato l’impegno e la professionalità, ma in questo caso, sebbene abbia interpretato spesso questo personaggio, è risultato fuori ruolo, e sicuramente non del tutto per colpa sua.

Il Don Jose dissociato mentalmente è stato sia vocalmente che scenicamente ben rivestito da Enrico Casari, in questo ruolo dove si è evitato del tutto di dare al protagonista maschile di quest’opera l’alibi del bravo ragazzo di paese traviato dalla virago, non a caso prima di uccidere Carmen uccide anche Frasquita  (Margerita Hibel) e Mercedes (Martina Rinaldi), dunque un killer seriale, uno psicopatico, un assassino senza crediti, vocalmente abbiamo apprezzato lo sforzo di rendere le sofferenze interiori attraverso i pianissimi che hanno saputo sfociare nella pienezza vocale della rabbia cieca.

La Carmen di Mireille Lebel ci ha colpito da subito per la fisicità prorompente ma raffinata, per la vocalità rotonda e giustamente corruttiva, abilissima sul palcoscenico, agile e mobile, ha reso questa Carmen cinematografica e attuale. Molto buona anche la Micaela di Anna Bordignon, in questo caso un medico che si preoccupa di riportare il protagonista alle cure di cui ha bisogno, ma non prima che compia una strage, vocalmente impeccabile ha ottenuto un meritato successo personale di pubblico.

La direzione di Beatrice Venezi carica di energia nell’ ouverture e nella “Quadrille” ha saputo però stemperarsi ed allentarsi nei momenti giusti senza mai perdere di spessore e vigore drammatico, e non dobbiamo dimenticare che in questa messa in scena la sinergia tra orchestra, voci, movimenti e luci, queste ultime di Patrick Meeus, era a volte regolata al millimetro o al secondo per poter arrivare ad ottenere l’effetto voluto, una sinergia che ha funzionato perfettamente.

Ottimo anche il resto del cast, partendo dalle Mercedes e Frasquita già citate, al Dancairo di Tommaso Caramia, il Remendado di Vassily Solodkyy ed il Zuniga di Andrea Tabili che finisce anche lui con un colpo di pistola in testa, per finire con  il Moralès di Giacomo Medici.
Il coro del Teatro della Fortuna di Fano diretto da Mirca Rosciani è stato ottimo come sempre sul piano vocale e della coesione ma in questo caso anche scenico, avendo richiesto forse questa produzione un impegno in più del solito.

Una Carmen questa di Jesi, sulla quale da subito aleggia la tragedia, e via via che la narrazione procede sentiamo quasi che lo spirito della Navarra dalla quale Don Jose proviene prende il sopravvento sulla solare aria sivigliana, una terra di Navarra piovosa e spesso fredda, piena di entità oscure, dove la gente pone fiori a forma di disco solare sugli usci per tenere lontani gli spiriti maligni, e dai quali forse Don Jose non è riuscito a non farsi possedere.

L’immenso toro che avanza alle spalle di Carmen morta e Jose disperato nell’ultima scena forse rappresenta la forza ancestrale che ognuno di noi ha dentro di sé e che a volte diviene indomabile, nell’inconscio collettivo sempre rappresentata dall’animale potente e fecondo, una forza che come tutte le potenze naturali può essere vita, ma che a volte diviene morte.
Abbiamo apprezzato questa produzione pur con le riserve già descritte perché l’abbiamo trovata viva, innovativa, coraggiosa, fiera, e ci auguriamo che tutti i teatri prendendo esempio da teatri come il Pergolesi scelgano di rischiare, educare e a volte persino sfidare un pubblico che può e deve tornare a vedere anche nel teatro musicale un fluido mobile e pieno di vigore, che a volte può incontrare il nostro favore, a volte no, ma che non abdica alla funzione primaria del teatro, mettere in scena ogni singola volta qualcosa di irripetibile, nessuna rappresentazione uguale all’altra, per quello c’è YouTube e non è la stessa cosa.

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