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Al Malibran di Venezia il primo “Sogno di Scipione”

Meritato successo per il “Sogno di Scipione” di Mozart, rappresentato al Teatro Malibran di Venezia.

Photo © Michele Crosera


di Andrea Zepponi

Per la prima volta a Venezia viene rappresentato sul palcoscenico del Teatro Malibran Il sogno di Scipione di Wolfgang Amadeus Mozart, cosiddetta “serenata” – composta tra il 1771 e il 1772 per l’arcivescovo di Salisburgo Sigismund von Schrattenbach, indi, scomparso quello nel frattempo e riattata per l’insediamento dell’entrante arcivescovo, il fatale Hyeronymus von Colloredo nella primavera del ’72 – che viene eseguita in un nuovo allestimento, realizzato, nell’ambito del progetto Atelier della Fenice al Teatro Malibran, con la collaborazione dell’Accademia di Belle Arti di Venezia e di un nutrito gruppo di studenti, sotto il coordinamento, quale tutor di regia, di Elena Barbalich, con il sostegno dalla Michelangelo Foundation for Creativity and Craftsmanship. La recita cui ho assistito è stata quella di domenica 10 febbraio in pomeridiana.
Le dieci perle musicali che costituiscono i numeri dell’opera ci mostrano un Mozart  quasi sedicenne costruire una musica brillante, dal tono classico ma venato di virtuosismo tardo barocco sul testo di Pietro Metastasio tratto nel 1735 circa dal singolare frammento del De republica di Cicerone denominato Somnium Scipionis, un libretto scritto inizialmente per la musica del bolognese Luca Antonio Predieri: il tema specificamente morale, dedicato alla celebrazione dell’insediamento di un alto prelato, nella lettura metastasiana è trattato come un compendio in miniatura di un’intera tradizione di pensiero classico-cristiano e l’azione teatrale metastasiana – priva di un vero e proprio intreccio – si svolge tutta nel conflitto interiore della scelta da parte di Scipione, nipote del tra l’assoggettarsi al capriccio volubile ma esaltante della Fortuna (intesa come vox media in senso latino e quindi buona o cattiva al contempo) oppure aderire alla fermezza morale ma mortificante della Costanza; a scegliere questa cercano di convincerlo la visione in sogno del nonno adottivo Scipione l’Africano e il padre Emilio Paolo da cui viene ammaestrato dall’alto dei cieli, da cui la terra appare in tutta la sua piccolezza, sulle teorie dell’immortalità dell’anima, dell’armonia celeste (musica mondana) e della giustizia ultraterrena che assicura infallibilmente un premio a chi si sacrifica per il bene della patria. Ovviamente Scipione sceglierà la Costanza, unica virtù che rende in grado di resistere alle vicende più travagliate della vita. Il coro ne commenta la scelta in tono solenne e parenetico, ma nel finale una Licenza, l’omaggio personificato, dichiara che, sotteso al nome di Scipione, si cela in realtà il nome del dedicatario del lavoro poetico e musicale: il virtuoso mecenate Fortunato.
Di fronte a questi valori sciorinati in modo così plateale e organico dal testo, la regia di cui figura Elena Barbalich come tutor ha costruito una vicenda mirata ad attualizzare in modo progressivo, dapprima non discostandosi dal testo dove i simboli e la gerarchia spaziale rispecchiavano sostanzialmente e in modo chiaro il soggetto della prima parte: gli astri e le sfere sfavillanti posti in una scenografia neutralmente e plasticamente onirica di Francesco Cocco – studente vincitore del concorso bandito ad hoc -, i costumi di Costanza e Fortuna ben caratterizzati in senso cromatico e una scena divisa in gerarchia spaziale dove l’alto e il basso avevano un significato e così i lati dove si collocavano le due personificazioni a contendersi il consenso di Scipione come Eracle al bivio; lui poi passava dalla toga alla giacca e cravatta odierne da manager rampante e lo stesso coro si trasformava da insieme compatto di cittadini romani a schiera grigia e amorfa di odierni sottoposti aziendali cui si uniformava la stessa Costanza ormai sprezzante del consenso di Scipione che veniva infine investito del potere rappresentato prima con la casacca del nazista e poi con il mantello del papa. Il ricordo del passato costituito dal grande avo adottivo defunto viene ucciso da Scipione con un colpo di pistola che lo spara in piena cadenza di aria, le sue ceneri sparse da lui infantilmente per il palcoscenico e da quel momento, il mondo onirico del sogno si trasforma in incubo dove ogni valore morale, oltre a quello temporale e spirituale viene sovvertito e vanificato nel relativismo nichilista espresso dalle file serrate di un coro finale schierato a simboleggiare un nuovo ordine mondiale dove lo stesso Scipione alla fine si annulla.
Questa lettura registica e scenica dell’opera accompagnavano l’esecuzione dell’opera con la direzione di Federico Maria Sardelli – fondatore dell’orchestra barocca  Modo antiquo – che ha dato una interpretazione sostanziale e brillante della partitura mozartiana esaltandone i lati virtuosistici e tardo barocchi con una tempistica funzionale ai valori retorici ed espressivi dettati dagli affetti distribuiti nelle diverse arie; felice anche la resa interpretativa dei cantanti e del Coro del Teatro La Fenice:  il primo dei tre ruoli tenorili, Valentino Buzza in Scipione, ha cantato con precisione e pertinenza sfoderando volumi notevoli ed eloquenti in tutti i registri, compreso quello grave – l’evidenza maggiore era nelle due arie principali Risolver non osa e Di’ che sei l’arbitra – con passaggi di agilità appoggiati sul fiato e una presenza scenica accattivante e ben giocata su gesti misurati ma espressivi. Similari, ma sotto un profilo vocale meno sbalzato, le prestazioni di Emanuele D’Aguanno in Publio, con le due arie Se vuoi che te raccolgano e Quercia annosa su l’erte pendici, e quella di Luca Cervoni nel ruolo di Emilio con la sua Voi colaggiù ridete attestano entrambe un’ottima scuola di canto di cui hanno dato prova in un’opera dal carattere “tecnico” come questa che richiede la classica tenuta di suono mozartiana declinata nella flessibilità barocca. In perfetta sintonia espressiva e di stile i tre soprani, Francesca Boncompagni nella parte della Costanza che si è fatta apprezzare nelle colorature che delle sue due arie, Ciglio, che al sol si gira  e Biancheggia in mar lo scoglio, con una vocalità piena e più giocata sul fraseggio dinamico, mentre la svettante Fortuna di Bernarda Bobro, ha brillato nell’astrale coloratura riservata ai suoi momenti solistici salienti Lieve sono al par del vento e A chi serena io miro dove si anticipa quella sublime connotazione deteriore morale che poi darà Mozart al canto barocco nella Regina della Notte del Flauto magico; buona prova anche quella Rui Hoshina nella conclusiva aria della Licenza, Ah perchè cercar degg’io, ben attestata su precisione tecnica e chiara dizione italiana.
Espressivo ed eloquente il coro nei due interventi: Germe di cento Eroi e Cento volte con lieto sembiante ha espresso bene i valori stilistici esposti dalla direzione di Sardelli in tutta l’esecuzione che ha riscosso un meritato successo e consenso da parte del pubblico per tutti i suoi aspetti musicali e scenici.

Venezia, Teatro Malibran, Stagione – Lirica e Balletto – 2018-2019 della Fondazione Teatro La Fenice 
IL SOGNO DI SCIPIONE
Azione teatrale in un atto KV12,
Libretto di Pietro Metastasio dal “Somnium Scipionis” di Cicerone.
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart
Scipione VALENTINO BUZZA
Costanza FRANCESCA BONCOMPAGNI
Fortuna BERNARDA BOBRO
Publio, avo adottivo di Scipione EMANUELE D’AGUANNO
Emilio, padre di Scipione LUCA CERVONI
Licenza RUI HOSHINA
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Direttore Federico Maria Sardelli
Maestro del Coro Claudio Marino Moretti
Tutor di regia Elena Barbalich
Scene e Costumi Accademia di Belle Arti di Venezia
Regia Tutor Elena Barbalich
Scene Francesco Cocco
Costumi Davide Tonolli
Nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice in collaborazione con la Accademia di Belle Arti di Venezia.
Progetto “Atelier della Fenice al Teatro Malibran

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