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A Liegi un “Orfeo” tutto da vedere

Fotografie © Opéra Royal de Wallonie-Liège


di Alma Torretta

Messa in scena affascinante di Aurélian Bory per Orphée et Eurydice di Gluck all’Opéra Royal de Wallonie-Liège da venerdi 18 a sabato 26 ottobre.

Orphée et Eurydice di Gluck: una coproduzione internazionale tra ben sette enti (Opéra Royal de Wallonie-Liège, Opéra Comique, Théâtre de Caen, Les Théâtres de la Ville de Luxembourg, Opéra Royal-Château de Versailles Spectacles, Croatian National Theater in Zagreb, Beijing Music Festival) che ha debuttato l’anno scorso all’Opéra Comique e che è adesso in scena a Liegi con un cast tutto nuovo, e anche alcune scelte musicali del direttore d’orchestra belga Guy Van Waas che differiscono da quelle fatte nel 2018 dal suo collega Raphaël Pichon a Parigi. Quest’ultimo aveva infatti sostituto la gioiosa ouverture scritta da Gluck con un altro brano, con un andamento più tragico, scritto sempre da Gluck ma per il suo Don Juan ou le Festin de Pierre, e anche per il finale aveva preferito arrestarsi allo sguardo proibito di Orfeo verso Euridice tagliando l’intervento di Amore. Per Liegi invece  Guy Van Waas ha ripristinato l’ouverture originale ed anche il lieto fine con il suo bel coro, ma tagliando ancora, purtroppo, l’aria di Amore.

Scelte musicali diverse che si innestano sull’affascinante regia di Aurélian Bory, con studi di fisica ed esperienze di acustica architetturale, che ha creato uno spazio dove diverse geometrie, specchi e tessuti, suggestivi effetti ottici e anche sonori si susseguono ed intrecciano dando vita a degli Inferi minimalistici dal sapore matematico.  Bory ha rispolverato un dispositivo teatrale dell’Ottocento conosciuto come “Pepper’s Gost” dal nome del suo inventore, che combina le immagini verso lo spettatore riflettendole con uno specchio, per creare con piccoli mezzi i diversi ambienti e un mondo di ombre, spiriti e mostri. A tal fine supportato anche da bravi danzatori e acrobati che si muovono lievi tra gli specchi che si ribaltano e i veli che si ritraggono dal pavimento, si accavallano e fasciano nelle braccia della morte, con lo stesso coro chiamato a qualche acrobazia, e sopratutto Amore costretta a cantare, ma solo nel primo atto, all’interno di una ruota che gira. Le scene, costruite intorno al concetto del voltarsi che è al centro del mito, sono realizzate con maestria da Pierre Dequivre. Il tutto non è nuovissimo ma nel complesso funziona a dare un’aria più fresca alla storia millenaria. Lo stesso può dirsi dei costumi di Manuela Agnesini, già visti, con il coro in giacca e cravatta e coriste con il caschetto corto, ma l’effetto è valido di contemporaneità. Assai suggestive e precise invece le luci di Arno Veyrat.

La versione scelta dell’opera di Gluck è quella in francese messa a punto nel 1859 da Hector Berlioz. Se nella prima versione di Vienna del 1762, in italiano, la parte di Orfeo era cantata da un castrato, in quella di Berlioz la parte di Orphée è affidata ad un mezzosoprano, ed a Liegi è interpretata da Varduhi Abrahamyan, mezzosoprano d’origine armena che ha già ricoperto il ruolo all’Opéra de Marseille en 2013: bella voce dal timbro leggermente scuro, maschile, perfetto quindi per la parte, tecnica sicura che sfoggia in particolare nell’aria da virtuosa che chiude il primo atto e  che termina, come si sa, a cappella, soltanto non molto potente e all’inizio un po’ troppo sottile nelle note più alte, e non terribilmente commovente come dovrebbe nell’aria piµ celebre Que ferai-je sans Eurydice? Un’Eurydice intrepretata invece con una performance più omogenea dal soprano francese Mélissa Petit, assai intensa nell’interpretare i dubbi che assalgono la donna di fronte all’apparente indifferenza di Orfeo che non la guarda neppure, e anche Amore è ben incarnata con appropriata apparente leggerezza dalla giovane soprano belga Julie Gebhart. Protagonista è sopratutto la musica ricca di colori raffinati dell’orchestra sotto la guida Guy Van Waas, con assai delicati movimenti solistici, sospesa tra motivi squisitamente barocchi e slanci romantici. Tutta la messa in scena è nel segno dell’eleganza e della cura del dettaglio, unica nota stonata il finale disturbato dalle maschere incaricate di coprire con dei cartelli gli indicatori delle uscite d’emergenza nell’ultimo riflesso della stessa platea sulla scena.

Orphée et Eurydice

Opéra en quatre actes de Christoph Willibad GLUCK

Livret de Pierre-Louis MOLINE

Version remaniée par Hector BERLIOZ, créée le 19 novembre 1859 au Théâtre-Lyrique

DISTRIBUTION

  • Direction musicale: Guy VAN WAAS
  • Mise en scène et décors: Aurélien BORY
  • Décors: Pierre DEQUIVRE
  • Costumes: Manuela AGNESINI
  • Lumières: Arno VEYRAT
  • Chef des Choeurs: Pierre IODICE
  • Orphée: Varduhi ABRAHAMYAN
  • Eurydice: Mélissa PETIT Amour: Julie GEBHART

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